"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

sabato 19 luglio 2008

FANTASMI DEL BALTICO




Mettere piede sulle isole estoni ha ancor’oggi il sapore di una conquista proibita. Esattamente come 800 anni fa, quando mantello bianco spiegato al cielo e croce nera ad ottenebrare gli occhi, qui giunsero le armate dei cavalieri teutonici. I boschi di betulle continuano ad essere attraversati da sommessi cachinni, il vento salmastro è sempre pronto a sorprendere con la violenza del mare in tempesta, mentre all’orizzonte pare quasi impossibile scorgere anima viva.
Allora gli abitanti locali si erano radunati al completo sull’unico “rilievo” che Muhu conosca, una postazione difensiva alta qualche metro fra i villaggi di Linnuse e Aljava, decisi a far avanzare le guarnigioni germaniche per ingaggiare l’ultimo e fatale scontro su territorio estone.
Guidati dai rappresentanti più insigni dei diversi “maa” (distretti), si appellavano disperatamente al dio della luce e del tuono, bruciavano primizie al dio di quella terra tanto scura, che oggi sventola orgogliosamente nella banda nera del tricolore nazionale, ma si prostravano pure alla lucertola, al serpente e alla rana, davanti a qualunque creatura in grado di ostacolare la spietata marcia ad est dei monaci guerrieri.
Non ci fu nulla da fare: nel 1227 l’arcipelago di Oesel, che oggi comprende appunto le isole di Muhu e Saaremaa, capitolò di fronte all’attacco congiunto di tedeschi e danesi. “Che i cristiani di Sassonia e Westfalia difendano la Chiesa di Livonia – aveva sentenziato Papa Innocenzo III nella sua bolla del 1199 - e in cambio riceveranno la remissione dei loro peccati”. Quell’ordine si era di fatto trasformato in una delle più cruente crociate che il Medioevo abbia conosciuto, ma se da una parte contribuì a rilevare i ricchi traffici estoni di cera e miele, di pesce seccato e soprattutto di ambra gialla, dall’altra non ricondusse mai veramente le insofferenti popolazioni di ceppo ungro-finnico sotto la croce di Roma.
Lo si intuisce dalla strana forma delle chiese isolane, più simili a fortezze che a luoghi di culto: le pareti bianche all’esterno dell’edificio di Lausend, ad esempio, hanno in tutto e per tutto l’aspetto di severi bastioni, pronti a resistere alle torce infuocate di abitanti in rivolta da un momento all’altro; possenti croci di pietra, soffocate dal muschio, sono conficcate tutt’attorno a mo’ di filo spinato, mentre all’interno la mano pia degli scultori non è del tutto riuscita ad occultare le immagini di fluttuanti divinità armate di lancia.
Lungo la strada che dalla tenuta neogotica di Paedeste guida ai laboratori del legno di Liiva, affiora poi un circolo di pietre al cui interno svetta un impressionante dolmen: pare sia il primo insediamento abitato dell’isola di Muhu, risalente al 2.500 avanti Cristo, ma richiama con prepotenza i tipici ovoo sciamanici in cui l’ebbra danza a suon di tamburo barcolla nelle notti di plenilunio.
E ancora: sorvolando la linea di un orizzonte di paludi e canneti, di saune impudiche abbandonate all’aria aperta o di capanne in legno dai colori accesissimi, non è raro incrociare i peccaminosi siti per la celebrazione della festa di mezz’estate: accanto alle gigantesche altalene di legno, che sono solite essere decorate dai fiori più colorati della campagna, una pira di rami e frasche è sempre in attesa della fiamma purificatrice. Non è neppur escluso che, frugando sotto qualche cespuglio, sbuchi una vecchia bottiglia di vodka o del famoso liquore d’erbe “Vana Tallin”, grazie a cui le notti s’inebriano di canti a squarciagola e i boschi si riempiono di coppie in amore.
“Un altro solstizio d'estate era arrivato. – racconta a proposito lo scrittore Juhan Jaik, in “Notte di mezz’estate” - Quando il sole man mano calava e i boschetti, lontani e vicini, si scioglievano in un tenue color bluastro, quando la bruma si alzava dai laghi, avvolgendoli teneramente nel grigio della notte, allora il cielo cambiava. Diventava di un rosa denso, mentre a ovest gridava ancora di rosso. L'incandescenza notturna del cielo di ponente rischiarava i pinnacoli e le facciate delle chiese, mentre le cime degli abeti scintillavano, quasi le foglie acuminate avessero graffiato, fino a farli sanguinare, gli stormi di cornacchie volteggianti, e ora quelle stesse gocce di sangue languivano sui rami simili a perle delicate. Anche le colline rilucevano misteriosamente al tramonto. Un pennello distratto aveva tracciato, colpendolo con forza, una grossa chiazza rossa su un tronco di betulla, data come in preda a furore e agitazione, tanto da schizzare di vernice gli aghi di pino. C'erano più falò che stelle in cielo; brillavano enigmaticamente, come creature viventi che si strizzano l'occhio a vicenda, in segno di amichevole riconoscimento”.
L’arcana magia di questi riti senza tempo non rivive solo ai cambi di stagione, ma pervade la quotidianità di ciascun abitante di Muhu e Saaremaa, distante secoli dai rinnovati traffici anseatici di Tallin, benché ad appena 150 chilometri circa dalla capitale. In realtà queste isole sono così vicine alla costa che, durante la stagione invernale, nessuno resiste alla tentazione d’impugnare il volante e lanciarsi a tutta velocità sulle “strade di ghiaccio”, ovvero su quegli spessi ponti galleggianti che sino all’arrivo della primavera trasformano il golfo estone in una sconfinata pista da rally.
L’Estonia sarà pure il paese con la copertura wireless più estesa del mondo, tanto da permettere di collegarsi gratuitamente al web persino dalla più sperduta delle sue radure; sarà la geniale palestra informatica da cui è scaturita la rivoluzione interattiva di Skype, ma alle gente di mare poco importa. Loro continuano a sentirsi figli di pescatori, passano le giornate a stoccare pesce bianco, ad affumicare i salmoni o a raccogliere funghi in abbondanza; e poi spremono i ribes per deliziarsi col rubicondo succo di “mors”, lasciando alle donne il compito d’intrecciare pesanti maglioni di lana, mentre gli uomini si occupano di stringere i nodi alle reti da pesca. Ma dovesse levarsi la chiamata alle armi, fieri cavalieri e dame in costume non tarderebbero a radunarsi sotto le mura dolomitiche del trecentesco castello di Kuressare, l’esemplare meglio conservato di tutte le repubbliche baltiche.
Igakuula potrebbe sembrare un museo a cielo aperto, con le sue abitazioni dai tetti di canna e i pozzi a corda, ma poco o nulla è davvero cambiato dai tempi in cui qui riparavano i più insigni scrittori d’Estonia in cerca d’ispirazione. Le decine di mulini a vento che salutano da un capo all’altro delle isole non hanno mai smesso di far roteare le proprie pale traforate, proprio come le onde del Baltico, che proseguono imperterrite a scolpire capolavori nella grigia pietra calcarea delle scogliere a strapiombo: sono le “vette” del Paese, nonostante difficilmente superino i 20 metri di profondità. E’ come se ogni regurgito rivoluzionario finisse qui per impantanarsi irrimediabilmene, forse complici i ricchi fanghi che, dal 1824, hanno fatto di Kuressaare la capitale dei trattamenti terapeutici del vecchio impero zarista.
Neppure la caduta di un meteorite è stata in grado di smuovere da questa terra le sue genti: quando più di 4mila anni fa il cielo fu tagliato da una sfera incandescente, s’interpretò l’evento come una benedizione degli dei (tanto che il mito di Fetonte pare sia stato ispirato proprio da quest’impatto), anziché come la più grave collisione di un corpo extraterrestre mai registrata in zone abitate. Esistono in realtà leggende anche più colorite, come quella che vuole il lago un nascondiglio del Sole, vittima dei sortilegi della terribile strega Viro: capace di far apparire la Luna in cielo, esattamente come di occulare l’astro del giorno, traeva i suoi diabolici poteri proprio dalle forze segrete di quest’isola. Oggi il lago di Kaali è andato ad occupare un cratere ampio quasi 110 metri, è circondato da un bosco rigoglioso e conserva un’aurea quasi mistica, ma al tempo stesso appare un monito ai feroci bombardamenti e alle temibili operazioni militari che accompagnarono l’arrivo dei sovietici sull’isola di Saaremaa.
Sull’onda dell’inarrestabile avanzata verso Berlino, le truppe dell’Armata Rossa s’imbatterono nel 1944 in un’agguerritissima guarnigione tedesca rimasta sull’isola: entrambi sorpresi di trovarsi faccia a faccia col nemico in un posto tanto sperduto, ingaggiarono una furiosa battaglia che spazzò via a colpi di cannone i pochi rilievi allora esistenti, lasciando sul campo migliaia di vittime.
Proprio all’imbocco della penisola di Saare, l’estremo avamposto meridionale di Saaremaa, lo scontro è ricordato da un monolite in cemento armato, in cui sono scolpiti i volti cupi degli eroi bolscevichi: osservano pietrificati una distesa di tombe romboidali, su cui una ridondante stella rossa s’affanna ad accomunare nomi recisi ad ogni angolo d’Eurasia.
E’ tutto ciò che resta della loro gloria imperitura. Le possenti basi missilistiche che il Partito aveva nascosto in queste isole, ad un tiro di schioppo dall’Occidente, versano oggi in rovina. Da quando le ultime truppe se ne sono andate, nel 1994, rampe e magazzini sono stati abbandonati a sé. Bidoni arruginiti, pneumatici accatastati ed enigmatiche scritte in cirillico, continuano a riempire di fantasmi questi boschi dai mille segreti, mentre gli ingressi alle postazioni dei missili intercontinentali sono pronti ad inghiottire chiunque osi sfidarne le viscerali profondità, avvolgendolo fra le spirali argentee di un buio senza speranza.
Laggiù, dove la terra finisce, dove una lingua di ghiaia e sabbia bianca si protende nelle gelide acque del Baltico, un faro scrostato fa roteare incessantemente la sua luce d’allarme, ma i pescherecci caracollanti sembrano proprio non curarsene. Cardi coriacei ed orchidee multicolori stanno affiorando fra le spoglie di fatiscenti torrette d’avvistamento. Un mitra inceppato sorveglia l’orizzonte, con accanto una lattina di birra e in attesa dell’arrivo di un nemico smarritosi nel deserto dei Tartari.
Ce l’hanno fatta. Gli spiriti degli antenati sono riusciti a riprendersi finalmente quanto la mano dell’invasore aveva loro sottratto; ed è forse per questo che nell’urlo dei gabbiani, qui ancor più che altrove, ritrova voce il disperato appello di chi per troppo tempo sospirò la fuga sulle onde. Il canto “rivoluzionario” che infiammò il 1991. La promessa di un’Estonia che non deve più rendere conto a nessuno, fuorché a se stessa.

UN PARADISO NATURALE

Grazie alla loro posizione lungo la costa estone, le isole di Muhu e Saaremaa sono lambite dagli effetti benefici della famosa “Corrente del Golfo”: questa ne mitiga il clima rispetto alle terre continentali, alimentando un habitat particolarmente accogliente sia per la flora, che per la fauna. Non a caso qui sono stati creati ben due parchi nazionali, quello di Vilsandi e Vidumaeloodus Kautsela, si incontrano 34 specie di orchidee (fra cui la sontuosa Lady Slipper), crescono 3mila specie di funghi, mentre più di 1 milione e mezzo di uccelli transita sulle isole durante le proprie migrazioni. Nel villaggio di Nautse (Muhu) è stato addirittura possibile allestire un allevamento di struzzi, emu, canguri e nandi, integratisi perfettamente in loco, quasi si trovassero sulle coste d’Australia (www.jaanalind.ee). Oltre a fornire ottima carne per i ristoranti locali, hanno permesso di avviare un’intensa produzione di olii, che ben si sposa con gli effetti curativi dei fanghi di Saaremaa. Altra particolarità di rilievo sono i cavalli: conosciuti come “cavalli di Livonia”, hanno zampe piuttosto corte (arrivano sino ad 1 metro e 44 centimetri massimo d’altezza) e sono molto mansueti, tant’è che vengono considerati i migliori al mondo per viaggi su lunghe distanze, ma anche per l’avviamento all’equitazione. Entrambe le isole possono essere esplorate cavalcandoli, grazie alle numerose fattorie d’appoggio (la più grande delle quali è quella di Tihuse, su Saaremaa). Esiste fra l’altro una formazione rocciosa consacrata al cavallo: si chiama “Oo” (caso possessivo della parola “obu”, ovvero cavallo) e pare sia stata generata dallo scontro fra l’eroe locale Suur Töll ed il gigante Vanapagan, essendo quel che rimane del corpo del brado su cui quest’ultimo aveva rapito una bellissima fanciulla, per omaggiare la moglie di un’aiutante.

FANGHI MAGICI

Dal momento che le virtù dei fanghi locali erano note sin dai tempi degli zar, in Estonia si contano sedici stabilimenti ufficiali per cure terapeutiche (www.estonianspas.com). Fra i più apprezzati spiccano quelli di Saaremaa Valss, Meri e Rüütli, tutti e tre legati alla prestigiosa catena Saaremaa Spa Hotels ed ubicati nella capitale dell’isola più grande, Kuressare. Qui vengono trattati con successo casi di reumatismi, atrofie e cura della pelle, grazie alla forte salinità dei fanghi isolani, che agisce da depuratore epiteliale, favorendo al contempo la permeabilità delle proprietà lenitive dei fanghi stessi. I metodi d’applicazione abbondano: vengono proposti massaggi classici (per favorire la circolazione sanguigna ed il metabolismo), massaggi sportivi (adatti per accrescere l’elasticità muscolare), così come linfatici, plantari e aromaterapeutici. Naturalmente questi trattamenti coesistono con quelli di tradizione orientale, ma l’unicità dei fanghi di Saaremaa è provata dal fatto che possiedono una concentrazione di sostanze organiche dieci volte superiore a quella di qualsiasi altro fango marino, in particolare di solfuro d’idrogeno. Per via delle forti accelerazioni del metabolismo, già dalle prime applicazioni è possibile trarre grandi benefici, tant’è che a volte bastano pochi giorni per rimettersi completamente in forma.

GIGANTI DAI PIEDI DI FANGO

E’ questo il nome dato dagli abitanti locali alle numerose scogliere che caratterizzano il profilo della costa. Si tratta di pareti calcaree alte sino a 20 metri, che la violenza del mare ha scolpito nei millenni, conferendo loro forme alqanto bizzarre. La più emblematica è certamente quella di Uügu, sull’isola di Muhu: lunga quasi 450 metri ed alta circa 18, è il punto panoramico maggiormente spettacolare della zona. Da qui si possono osservare gli affioramenti minori di Kumari e Papilaid, la costa occidentale estone ed il profilo della città di Haapsalu, nonché tutto l’arcipelago di Hiiumaa. Proprio per la nitidezza d’orizzonte che spesso offre il Baltico, queste scogliere sono da sempre considerate “giganti guardiani” delle isole: l’analisi degli antichi coralli fossilizzatisi nel loro corpo le fa risalire a 405 miliardi di anni fa, mentre le forti tracce di dolomia hanno spinto l’industria chimica a sfruttare questi giacimenti a cielo aperto sin dal dicannovesimo secolo. Molto spesso alla loro base si trovano pure sorgenti d’acqua dolce dalle proprietà miracolose: secondo una leggenda del posto, la fonte di Uügu possiede misteriose proprietà curative per gli occhi. Chiunque offra monete, metalli preziosi o argento alle sue acque, potrà infatti guadagnare una vista tanto acuta quanto quella dei giganti.

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