"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

Visualizzazione post con etichetta Riflessione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riflessione. Mostra tutti i post

venerdì 23 settembre 2011

IL MONDO NON E' ABBASTANZA

“The world is not enough!”. Con la sua voce profonda e un po’ inquietante, alcuni anni fa la cantante dei Garbage ricordava all’agente segreto 007 che “nessuno è mai morto per aver voluto troppo”, ma che la Terra, in fondo, resta “il posto perfetto per cominciare”. Un’insolita lezione d’umiltà, in controtendenza rispetto alla moda imperante che ci vuole tutti supereroi. Belli. Ambiziosi. Vincenti. L’uomo ha infatti dimostrato di poter conquistare la Luna così come Marte, lasciando ventilare l’ipotesi secondo cui un giorno vivremo addirittura su un altro pianeta; eppure nell’astuta rimozione collettiva delle nostre diversità non è escluso che il sogno di domani svapori nell’antica illusione d’Icaro: raggiungere il Sole con ali di cera. Fortunatamente il viaggio ha ancora qualcosa da insegnarci. Soprattutto il più epico ed emblematico, quello che tutti anelano almeno una volta nella vita: il giro del mondo.
Lanciarsi nel periplo della Terra, oggi, non significa tanto sfidare i limiti dello spazio e del tempo, o esser vittima di allarmanti manie di grandezza, quanto piuttosto regalarsi un nuovo inizio. Tornare al punto di partenza nella consapevolezza d’aver scorto quale sia il nostro giusto posto. O così almeno si spera.
Non è un caso che le tipologie di viaggiatore rapite da un’idea così romantica siano studenti giunti alla fine del loro percorso educativo, accanto a freschi sposini in procinto di costruirsi una nuova vita. Se ad essi aggiungiamo pure qualche lavoratore in crisi d’identità, è facile intuire quali possano essere le motivazioni da cui trae alimento il mito del “Grand Tour”. Mito che, come dice già bene il nome, appartiene soprattutto al mondo anglofono, dov’è spesso conosciuto sotto forma di “Gap year”: anno buco, anno sabbatico, dal momento che i biglietti in circolazione concedono al massimo 12 mesi per farsi un’idea generale del nostro pianeta. 


Grazie ai progressi della tecnologia non occorre nemmeno investire ingenti somme, come fece invece nel “Giro del mondo in 80 giorni” il ricco Phileas Fogg, eccentrico personaggio scaturito dalla penna di Jules Verne: le cifre attuali per un biglietto Rtw (Round the world) orbitano fra i 1.900 ed i 2.300 euro in funzione del numero di miglia acquistate, dunque meno di un volo business per una qualsiasi destinazione di lungo raggio.
E’ vero. Di sola aria non si vive e, soprattutto, il costo della vita all’estero può risultare molto più salato di quanto sia in Italia. Il bello dell’impresa sta proprio qui, però: a differenza del protagonista di Verne, eroe conservatore perché attento a muoversi fra i rassicuranti confini dell’immenso impero britannico, chi sceglie oggi di votarsi al giro del mondo dispone di un ventaglio di possibilità decisamente più ampio. Non solo in termini d’infrastrutture, scali e soluzioni ricettive, ma nella visione di un mondo che, lungi dal celare terrae incognitae e cannibali cinocefali, si offre piuttosto in termini di “villaggio globale”.

Con 6 continenti parimenti raggiungibili, 675 destinazioni e 130 Paesi in programma, ognuno appare davvero libero di assecondare come meglio crede il proprio gusto ed i propri interessi. Scambiare la propria abitazione con quella di qualcuno che abita nel luogo da visitare, sfruttare sino in fondo le combinazioni delle tariffe ferroviarie o dei mezzi pubblici, andare in bicicletta, così come ricorrere al couchsharing, possono essere validi escamotage per agevolare la permanenza in loco. Unica regola su cui non si transige è il senso di marcia: o a ovest, o a est, ma una volta scelta la direzione sarà poi impossibile tornare sui propri passi (chiude un occhio il Pass Round The World, del gruppo Sky Team). La maggior parte opta comunque per l’ovest, avendo più ore di luce disponibili e risentendo meno del jet-leg. Al di là delle difficoltà tecniche che un improvviso dietro-front potrebbe generare, l’obbligo di proseguire cela sotto sotto un significato più profondo: il giro del mondo si configura come qualcosa di sostanzialmente diverso da un viaggio di piacere, da una vacanza avventurosa o da una spedizione titanica.
Iperbole e, al tempo stesso, paradigma dell’umano errare, pretende che s’impari ad andare oltre, che si vincano le difficoltà di fronte a noi, anziché rifugiarsi nella bambagia del già conosciuto: se la vita dell’uomo è fatta di corsi e ricorsi – come ben argomentava il nostro filosofo Gianbattista Vico – inevitabilmente il punto di partenza si ripresenterà, benché destinato a non essere più lo stesso.



Il giro del mondo resta in primis un percorso di formazione, una Bildung, un cammino filosofico insomma; ammantato forse di luccicanti orpelli e lussuose comodità, ma non poi così distante dal primo vero viaggio che la storia umana abbia mai conosciuto: l’epopea di Gilgamesh, il mitico sovrano sumero che all’alba dei tempi volle raggiungere i limiti del mondo, al fine di conquistare l’immortalità. Nessun’agenzia promozionale, né tanto meno i più quotati tour operator hanno oggi la sfacciataggine di promettere tanto, tenuto oltretutto conto che fu lo stesso Gilgamesh a perdere la pianta dell’eterna giovinezza sulla via del ritorno: è però interessante notare quale sia il premio vero del suo ardimento. “…l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo: era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise”. 
Fatica, saggezza, scrittura. Le rughe del tempo scavano il corpo del viaggiatore esattamente come le sue parole la pietra. Sono il frutto di un cumulo d’esperienze che, pur non modificando la dimensione spaziotemporale – il cosiddetto cronotopo - del nostro punto di partenza, consentono di tornare a guardare il medesimo di sempre sotto la prospettiva dell’altro.

E’ infatti sorprendente il numero di blog e pagine web che affollano oggi Internet nel tentativo di raccontare che cosa sia, o cosa esattamente significhi fare, “il giro del mondo”: forse il più originale è “girodelmondo.org”, non una semplice raccolta di dati e suggerimenti, ma una sorta di piattaforma per far incontrare i desideri di ciascuno e tradurli in un viaggio collettivo che aiuti ad abbattere i costi, lenire la nostalgia di una solitudine talvolta imposta dalla stravaganza del progetto, condividere un sogno attraverso emozioni vive, in presa diretta. Se la tecnologia aiuta a semplificare spostamenti e comunicazioni, non per questo sottrae al rischio di annichilire la tensione verso il “fuori”, di offrire una finestra sin troppo comoda su tesori che solo la mano dell’uomo rende davvero tali: “il giro del mondo in 80 webcam” non ha neppur bisogno di commenti. Mostra senza realmente esporre. Riduce il mondo ad un click, ad un fotogramma tanto immediato, quanto fasullo.

Analogamente i vantaggi del “villaggio globale” possono tradursi in altrettanti svantaggi per il viaggiatore in cerca dell’Altro. Fare tappa in Asia, piuttosto che in Africa o in Sudamerica, mette spesso di fronte a situazioni, immagini e costumi sostanzialmente omologati al modello consumista occidentale, dando l’impressione di percorrere lunghi chilometri per ritrovarsi di fatto sempre nello stesso punto. Il rischio insito in “giri del mondo” troppo compressi, ad esempio di un mese o tre, risulta appunto quello di appoggiarsi agli scali più funzionali, mai troppo lontani dagli aeroporti internazionali, da ipermercati in grado di rifornire di ogni prodotto, da cyber-café ed edicole in lingua inglese, sminuendo di fatto il principio di extra-territorialità sotteso alla scelta di questo tipo di viaggio. Ecco perché un buon consiglio, a costo di rendere meno epico il proprio viaggio, resta pur sempre prolungare il soggiorno su un numero ridotto di punti chiave dell’itinerario disegnato, immergendosi nella vita locale, lasciandosi trascinare da incontri casuali, andando ad imboccare le strade secondarie a discapito delle vie di comunicazione maggiori. L’unicità del “giro del mondo” nel XXI secolo non consiste tanto nel raggiungere un Paese insolito, o nel mappare l’intero globo terrestre, bensì nel far tesoro del margine, del frammento, delle periferie.

 Vale la pena ricordare le parole di un tipico “malato di viaggio” come Lawrence Osborne, giornalista del New York Times, oltre che autore di brillanti libri e reportage: “Nel mio caso si è manifestata in modo repentino, come un disturbo mentale ignoto alla psichiatria. Che cosa? Ma la voglia di fermarsi, mollare tutto, e partire, cos’altro. Certo, quel bisogno di uscire dal mondo e raggiungere un altrove può essere interpretato in modi diversi, ad esempio come un sintomo pregeriatrico, un anticipo di senilità. (…) Già, fai le valigie ma non sai dove andare. Ormai l’intero pianeta è diventato un’installazione turistica e ovunque si vada resta in bocca il saporaccio del simulacro”.
Ha ancora senso cimentarsi in un’impresa di oltre 29mila miglia, con costi difficilmente inferiori ai 10mila euro complessivi, sapendo di esser condannati alla circolarità del mondo, all’eterno ritorno dei suoi modi e dei suoi accidenti? Il giro del mondo, nell’era della globalizzazione, non è diventato piuttosto uno sterile giro su se stessi? Un ritrovare vizi, virtù, usi e costumi di cui sappiamo già tutto? E’ forse vero il detto per cui “tutto il mondo è paese”?
Gli umori d’oggi richiederebbero che si manifesti nostalgia per i tempi di Phileas Fogg, o ben prima di Fogg, quando esisteva un confine tra il noto e l’ignoto, tra il mondo della civiltà e chi civile non era, quando insomma la fuga dal nostro presente era ancora possibile. “Cercare di fuggire – osserva lo scrittore di viaggi John Krich – per lo meno nei modi promessi dagli opuscoli turistici, è come tentare di sfuggire alla morte. Sappiamo di non poterlo fare davvero, ma sappiamo anche che soltanto in questo tentativo troveremo un senso”.  

Vero è che il “giro del mondo” resta un viaggio sui generis. Un viaggio che non mette radicalmente in discussione il proprio presente, perché sin dall’inizio prevede un ritorno alla condizione originale. Non a caso è anche un viaggio che può essere ripetuto in fasi diverse della vita: fine degli studi superiori, conseguimento della laurea, matrimonio o pensione, tant’è che la stessa Lonely Planet – moderna bibbia del viaggiatore indipendente – gli ha dedicato un volume apposito. “The Big Trip”, appunto. I tour operator non stanno certo alla finestra: fiutato il successo, e forti soprattutto delle agevolazioni consentite dai propri network, Pool 5 TO, Quality Group e Azonzo Travel sono stati fra i primi a lanciarsi nel mercato, proponendo pacchetti temporalmente più ridotti, convenienti e su misura (da 3.100 euro per 16 giorni a 7.500 per 32, ad esempio). Ma sono forse i giochi dei bimbi a ricordarci quale debba essere la giusta dose di leggerezza per viaggiare nel mondo: sedersi di fronte ad un mappamondo, farlo roteare e chiudere gli occhi. Là dove cadrà il dito, voi sarete.   

venerdì 15 luglio 2011

PER UN'ICONOGRAFIA RIVOLUZIONARIA

La Rivoluzione Socialista d’Ottobre è nata sotto il segno del paradosso: tutti sanno infatti che, per quanto venga definita “Rivoluzione d’Ottobre”, in realtà essa ha avuto luogo in novembre. Il 7 novembre (25 ottobre per il vecchio calendario ortodosso) 1917. Una coincidenza alquanto curiosa, visto che i concetti su cui maggiormente opera l’iconografia sono lo spazio e il tempo, due delle chiavi di manipolazione della percezione umana.La parola dominante fu: fare a pezzi il passato (“distruggeremo tutto il mondo della violenza, fino alle fondamenta”, scandiva il coro dell’Internazionale) per ripartire dalla tabula rasa di un mondo inedito, fondato su principi e valori diversi o opposti ai precedenti, irrimediabilmente inquinati: autocrazia zarista, economia rurale stagnante, terrorismo, violenza, repressione.

Uno dei concetti chiave delle tecniche di rappresentazione sovietiche è quello di “segno in movimento”, cioé di un messaggio visivo “etico” che non trasmettesse una nozione, bensì lo stimolo ad un’azione. Questa strategia poteva essere espressa al meglio solo attraverso i nuovi stili astratti e futuristi, ma le scelte grafiche ad essi connesse non riscossero il favore del pubblico contadino, impreparato ad una così rapida eliminazione dei criteri figurativi. I bolscevichi furono dunque costretti a mediare il nuovo slancio con lo stile rappresentativo della stampa popolare d’antica tradizione, convertendone i soggetti (stilizzazioni di eroici soldati, contadini, operai) a tematiche prettamente sovietiche (dalla vita bucolica ed atemporale nei campi alle lotte urbane del presente proletario) e corredati dagli inevitabili compagni dell’istruzione popolare sovietica: gli slogan.


Due erano le fonti d’ispirazione per la rivoluzione comunicativa: le immagini variopinte e vivaci dei vagoni prima, e gli agitki (filmati d’agitazione) poi, entrambi in grado di ammaliare facilmente gli ignari spettatori, in quanto mai raggiunti da tali forme d’arte e tecnologia.
Treno e cinema finirono così per influenzare la concezione propedeutica che il nuovo manifesto rivoluzionario (plakat) avrebbe dovuto rivestire, inserendo nella monumentalità della figura e nella solennità epica delle situazioni il principio della “trasformazione in atto”, di uno sforzo chiamato a compiersi, trasferendo su tela l’idea del divenire, anziché dell’essere: le figure rimanevano leggermente incompiute, i gesti venivano sospesi, lasciando colmare (o meglio completare) alla fantasia dell’osservatore il buco percettivo volutamente indotto. I messaggi complementari apparivano sempre essenziali, semplici, musicalmente attraenti, raggiungendo facilmente le masse.

Lo stile degli anni ’20 sposa strascichi di espressionismo a geniali guizzi costruttivisti: linee, frecce, angoli, spazi composti e ben delineati rappresentano infatti le coordinate stilistiche di maggior tendenza. Ancora una volta, però, l’arte sovietica viaggiava troppo in fretta sulla sensibilità dei tempi; le sue creazioni verranno allora accostate ai canoni del lubok (stampa popolare d’origine secentesca), parallelo laico e ludico dell’icona classica, scoprendone l’ironia. Negli anni della Nep (Nuova Politica Economica), i lubki tornarono in auge fra l’altro sotto forma di copertine librarie, sebbene dal 1920 fosse già cominciato il procedimento di accantonamento (o, per meglio dire, del tentativo di accantonamento) della stampa popolare in favore del nuovo (ma ancora indefinito) prototipo di manifesto rivoluzionario. Qualche anno dopo sarebbero iniziate la stampa e la distribuzione dei lubki-plakaty (stampe-manifesti), ennesimo tentativo-compromesso di combinare senza troppi traumi tradizione e rivoluzione, gusto popolare ed avanguardia.

La differenza più fondamentale fra plakat (manifesto) e lubok, oltre quella relativa alla più ovvia scansione cronologica, stava nel fatto che il primo (nato negli anni ruggenti) era politicamente inteso per l’uso e la fruizione collettiva, mentre il secondo era commercialmente diretto all’acquirente-fruitore individuale. Il lubok, dunque, poteva contare su un’influenza prolungata nel tempo, sviluppabile in situazioni domestico quotidiane.
A questo proposito, il testo, finendo a mo’ di didascalia sotto l’illustrazione, si trasformava in slogan, modellato sul ritmo e lo stile dei častuški (stornelli) di antica memoria folklorica, ma impostato su temi e motivi autenticamente sovietici. Quotidianità finì allora per coincidere con concetti come ricorrenza, insistenza, assonanza. Creando un’aspettativa sempre nuova, l’artista induceva l’osservatore a richiamare l’elemento alluso per conferire senso, l’unico senso possibile, alla rappresentazione: un sottile processo d’induzione che “automatizzava” il giudizio delle masse. 

Successivamente il rifiuto dello stile neppista, ibrido e contaminato dal gusto tradizionale, porterà all’esautorazione del lubkismo dalla propaganda: era arrivato il 1930, anno che costituisce il reale spartiacque tra il modo di pensare bolscevico-rivoluzionario e quello staliniano.
Si apre una nuova fase del byt (quotidianità) sovietico: d’ora in poi sarà la donna, simbolo della ciclicità regolare e costruttiva, a popolare sempre più di frequente l’immaginario collettivo, soprattutto per quanto riguarda il cavallo di battaglia degli anni ’30 e ’40: la promozione della collettivizzazione e dei kolchoz.  Quasi invariabilmente adornate di un fazzoletto rosso legato dietro la nuca (secondo lo stile delle operaie), a differenza del tradizionale e reazionario nodo sotto il collo, spesso alla guida di un trattore (nuovo simbolo che in questa fase sostituirà la “vecchia falce”), le colcosiane si proponevano non più come la “baba” del passato (termine volgare per indicare una donna incostante), ma come categoria portante delle nuova razza sovietica: la kolchoznica.

Tre sarebbero stati i concetti fondamentali su cui la propaganda avrebbe dovuto ruotare: idejnost’ (senso di responsabilità ideologica), partijnost’ (fedeltà allo spirito del partito) e narodnost’ (spirito nazional-popolare). Tradotto nella pratica: lotta all’analfabetismo, all’alcolismo, al teppismo urbano, alle antiche superstizioni, esaltazione del sacrificio per il progresso industriale e culturale dell’Unione Sovietica (che negli anni bellici verrà considerata più tradizionalmente come Patria).
L’arte staliniana dà avvio ad un suo peculiare processo di “carnevalizzazione” e straniamento: una temporanea e atipica astrazione dal regolare procedere del tempo storico, ma solo come illusione. La cultura popolare del riso, dello sberleffo rivoluzionario, divenne impotente perché messa a confronto con un’autorità stessa ridente, ma dalla risata ideologica. 

Parallelamente venne a definirsi un nuovo stile, denominato “realismo socialista”, canone unitario per ogni tipo d’arte, secondo il quale in nessuna espressione artistica si sarebbe dovuto trovare un contenuto che non fosse chiaramente traducibile in parole. I casi individuali raffigurati nel manifesto vengono declinati sempre al plurale, l’io cede il passo al noi, mentre le figure dei leader (dei verchi, di quegli “altri” ancora guardati con diffidenza dagli strati bassi della popolazione) vengono fatte coincidere con il concetto di voždi naroda (guide del popolo), tradizionalmente e positivamente inteso dai Russi come sinonimo di guida ideale.

Il realismo socialista, nei manifesti d’epoca staliniana, recupera la funzione metafisica dell’icona tradizionale russa: fa vedere l’invisibile attraverso una strategia dell’inganno, dell’utopia solo parzialmente realizzata, ma spacciata come reale. Svuota il soggetto di valore simbolico, a favore dell’annullamento dello sforzo interpretativo.
Con l’avvento di Chruščëv le parole regine diverranno molodëž’ (gioventù) e molodoj, l’aggettivo corrispondente, in sostituzione del “novj” (nuovo) staliniano; si insisterà sul tema della strada come via di progresso e liberazione, appropriandosi conseguentemente di miti giovanili come il volto di Juri Gagarin, l’eroe della porta accanto che orbitò primo fra gli uomini nello spazio, senza però uscire dai binari del “non-luogo” staliniano.
Tema di fondo sarebbe stata la colonizzazione delle nuove terre da rendere agricole (la steppa kazaka-uzbeka e la Siberia), meta ideale dove “l’attuale generazione di cittadini sovietici vivrà nel comunismo” (slogan coniato proprio da Chruščëv).

Ancor peggio accadrà in epoca brežneviana, quando la spinta ideologica diverrà solo formale, chiedendo assenso in pubblico, ma lasciando sostanziale libertà nella sfera privata. Gli slogan non faranno altro che ripetere sino alla nausea i cavalli di battaglia di campagne ormai svuotate di senso, finendo per dirottare l’attenzione delle masse verso forme alternative di espressione artistica e culturale.
Il declino e l’abbandono della carica ideologica affidata ai plakat coincide con le sconvolgenti conseguenze della mostra organizzata al parco Izmajlovskij, il 29 settembre 1974: le tele in esposizione tentarono nuovamente di imporre alla piattezza del realismo il carnevale della forma, avvertito come unica via per canalizzare quella voglia di libertà creativa, abbattimento delle frontiere ed improvvisazione, che la letteratura clandestina del samizdat aveva portato a galla nella società sovietica degli anni Settanta. Le opere furono semplicemente distrutte dai bulldozer del Kgb a poche ore dall’apertura al pubblico della manifestazione.


Emigrati a New York dopo aver assistito alla propria debacle d’intenti nel parco Izamjlovskij, Vitalij Komar e Aleksandr Melamid inaugurarono una forma artistica che avrebbe affossato in breve la cultura del plakat: la sots-art (combinazione di socialismo reale e cultura occidentale).
“Questi artisti furono i primi a vedere il realismo socialista e i mass media sovietici non come mero kitsch, né semplicemente come veicoli di manipolazione burocratica e di propaganda di stato, ma come un vasto campo di stereotipi e miti che avrebbero potuto trasformare in un linguaggio nuovo e contemporaneo, capace di decostruire i miti ufficiali, partendo proprio dalle loro stesse caratteristiche costitutive” (Tupitsyn 1989, p. 61-64).
Alla pop-art americana, giocata sulla moltiplicazione e la storicizzazione di cose materiali e luoghi comuni (i barattoli di minestra di Andy Warhol o le sue immagini di Marylin Monroe), i concettualisti sovietici avrebbero risposto operando analogamente sugli unici “oggetti” di cui la cultura sovietica fosse sovrabbondante: la retorica, gli slogan, le immagini di propaganda. Gli artisti della sots-art risposero all’eroismo sacrificale dell’arte staliniana con una nuova risata carnevalesca. Sfregiarono l’arte ufficiale con colori stridenti e situazioni paradossali, come geniali teppistelli allevati da Majakovskij in persona. Non più credibili, né proponibili, i manifesti propagandistici andarono presto in pensione. 





mercoledì 11 aprile 2007

I MIEI PRIMI 30 ANNI

1977: il diritto alla parola; 2007: il dovere di dissentire


Oggi compio 30 anni, ma confesso che la parola auguri m'indispone almeno quanto un “ci sentiamo”, buttato lì per levarsi frettolosamente d'imbarazzo, non appena si scorga l'attimo giusto per lasciarsi alle spalle una persona inopportuna.

Sono un figlio del '77, nato l'11 aprile di quell'anno su cui troppo spesso si preferisce glissare, omettere, storcere il naso, e non è dunque un caso che mi porti appresso un certo gusto per la provocazione gratuita, così come la voglia d'apparire scostante pur seducendo. Per qualche strana alchimia, devo aver ereditato un po' di sangue ironico degli “indiani metropolitani”, quei simpatici rompiballe barocchi che alle riunioni studentesche dei rossi, volto dipinto e tazza di carcadé in mano, debuttavano così: “Mi chiamo Gandalf il viola. Parlerò a titolo strettamente personale. Perciò parlerò a nome degli Elfi del bosco di Fangorn, dei Nuclei Colorati Risate Rosse, dell'Mpfa (Movimento politico fantomatico assente), delle Cellule Dadaedoniste, di Godere Operaio e Godimento Studentesco, dell'Internazionale Schizofrenica, degli Nsc (Nuclei sconvolti clandestini), della tribù di Cicorio, dei Cimbles e di tutti gli indiani metropolitani”.

La mia generazione fatica a essere inquadrata, mette in ansia e talvolta a disagio, forse perché rimanda al caos, all'anarchia, all'autonomia all'apice del suo potere creativo/distruttivo, o forse perché ha davvero in sé qualcosa d'intrinsecamente alieno, un germe di minaccia latente e letale: lo si capisce sin dal colore delle pellicole che ci ritraggono ancora nel pancione, o appena deposti nella culla. 

Alcune sono diventate rossicce, probabilmente per l'accesso di rabbia che l'Eurocomunismo di Enrico Berlinguer scatenò allora; altre appaiono più verdastre, come se il nostro travaglio fosse frutto d'ambigue contaminazioni marziane. D'altra parte “Guerre Stellari” furoreggiava nei cinema e, a quel tempo, tutti sedevano davanti allo schermo, anziché dentro: sia chi aveva il biglietto, sia chi non. Nei cinema si andava per fare l'amore, non per invidiare le tette di Bo Derek, e se in strada s'intonava “su, su, su, i prezzi vanno su/la prima visione non la paghiamo più”, voilà: ci si faceva consegnare in massa il blocchetto dei biglietti da 2.500 lire, li si rivendeva a 500 e “i padroni della cultura” erano belli che serviti. Eufemisticamente si direbbe un furto, oggi, una violazione. Ieri era pura “autoriduzione”, diritto al consumo nell'era del (falso) sacrificio.


Cortocircuiti. Difetti di produzione. Esperimenti mal riusciti sulla qualità delle pellicole. Checché si dica, nel 1977 qualcosa è andato davvero storto. Si pensava di lasciarsi alle spalle il passato, di far piazza pulita di un mondo imbolsito, ma non ci si è spinti al di là della negazione a tutti i costi, dando però origine a variabili inaudite. Sono stati presi tutti in contropiede. Attori e spettatori.

Sui muri dell'università di Roma scrivevano: “Non è il '68. E' il '77. Non abbiamo né passato, né futuro. La storia ci uccide”. A Londra i Sex Pistols urlavano “No future for us!”, “Anarchy in the UK”. Dalla sponda opposta del Tamigi rispondevano i Clash: “London's burnin'”, “1977: no Elvis, Beatles or Rolling Stones!”.

Begli slogan, ma alla fin fine sono i proverbi a restare in mente. Del tipo, “can che abbaia non morde”: i saccenti sessantottini tengono tuttora stretti i privilegi su cui avevano sputato ai tempi della piazza, incensandosi a profeti della rivoluzione. Nel 1998 la televisione celebrò il 30° anniversario dell'anno che cambiò la storia con fanfare da salotto, film revival e il pingue volto di Liguori ad incarnare i sogni di Mario Capanna. Oggi non una parola sull'anno della rabbia. Non un accennno ai suoi martiri e ai suoi provocatori. Non un raffronto coi brigatisti di ieri. Non una parola spesa sul “perché” del terrorismo. Solo chiacchiericcio alla Bruno Vespa. E pensare che Enzo Biagi, suo collega per la popolare rubrica televisiva “Proibito”, osava mostrare scene cinematografiche di nudo insieme a Cicciolina!

Nonostante gli spilloni da balia, conficcati nell'effigie di Elisabetta II dai punk, la Regina è più in sella che mai (maldipancia permettendo) e non ha perso il cattivo gusto per i tailleur sgargianti; certamente qualcuno ha pagato caro: il 16 agosto del '77 si è spento per sempre il microfono di Elvis, così come altri grandi hanno gettato la spugna. Da Chaplin alla Callas, risalendo al maldestro centrocampista della Lazio Luciano Re Cecconi, freddato dall'amico gioielliere per l'assurda messa in scena di una rapina. Chi è rimasto, non è più stato lo stesso: i Rolling Stones hanno fissato così a lungo l'indice solenne del candido John Travolta, finendo per trasformarsi da “street fightin' musicians” a icone prigioniere del loro stesso mito.


Insomma, gira e rigira la storia finisce per ripetersi, ma in Italia si autoclona sino alla nausea: qui lo spirito del 1977 è l'unico ad essere morto e sepolto, al pari dello sfortunato Joe Strummer. Chi si ricorda più dello studente di medicina Guido Bellachioma, vittima delle pistole di Roma il 2 febbraio? Chi ha reso giustizia a Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua finito con un proiettile nel petto l'11 marzo a Bologna, nel giorno più cruento che la Prima Repubblica ricordi? Chi piange la “povera” Giorgiana Masi, accasciatasi il 13 maggio sulle strade dell'Urbe, per un dolore allo stomaco che ha affossato il futuro stesso del femminismo? E con loro, sono stati inghiottiti nel grigiore dell'eccesso decine e decine di altri giovani insoddisfatti, emarginati, sfruttati, dimenticati, che per fortuna si sono persi il voto degli operai per Berlusconi, il declassamento dell'Urss di Lenin ad innocuo cimelio, ma anche il tramonto dell'ero a favore della coca, la smentita del sesso vaginale come atto di prevaricazione sulla donna libera, la presa alla lettera di “Porci con le ali”. Bene o male che sia, urgerebbe una posizione. Oggi si alzano le spalle, perché se tanti sono i meriti del '77, altrettante le sue colpe: ha aperto la strada al disimpegno, all'edonismo, al precariato, lasciando solo ombre contraddittorie.

Acuti di rabbia, tracce di violenza e un inquietante sentore di morte aleggiano su quell'annata e su chi di essa se ne sente figlio. E' aria viziata, a tratti rarefatta, a tratti così densa da togliere il respiro.

Per questo chi è nato nel '77 non conosce altra via da calcare se non la fuga. Amiamo sottrarci, defilarci, fare i preziosi, amiamo bearci del nostro diniego e della nostra nudità, sino ad apparire più esibizionisti degli adolescenti arrapati, più irresponsabili dei bimbi grassi, più inibenti dei contratti a progetto.

Abbiamo bisogno di viaggiare, perché la terra ci scotta sotto i piedi: così giriamo il mondo, spingendoci dalle sabbie del Sahara ai ghiacci della Yakutia, per incontrare ovunque lo stesso martellante silenzio. Abbiamo bisogno di alcool e droga, perché la quotidianità è talmente trasgressiva che ha perso tutta la sua eroticità: una donna dietro l'altra, tutte terribilmente uguali, nel momento in cui rivendicano la loro inconsapevole sottomissione, il loro diritto alla proprietà e al silicone. E che dire degli uomini? Ridicoli nel loro scambiare l'atavico nomadismo in bieco ronzare attorno. Abbiamo bisogno dei condom, perché ci hanno tolto persino il diritto di fidarci dell'altro: tutti nell'occhio del Grande Fratello, ognuno con una maschera sempre nuova. Abbiamo bisogno di tutto, ma non abbiamo la forza per niente.

Aspettiamo. Assentiamo democraticamente. Tutt'al più brontoliamo, benché la legge non sia mai uguale per tutti. Ma quando dritto e rovescio assumono lo stesso colore, non resta che una sola scelta: il pugno alzato al cielo. L'indice puntato sul grilletto. In una parola, rivoluzione!

Il 1977 lo aveva capito. Ma come avrebbe detto qualche attivista di Autonomia Operaria: “abbiamo mandato tutto a puttane...”.

Abbiamo fatto scadere la necessità della rivoluzione nella gratuità del terrorismo.
Marx è morto. Viva Marx!

lunedì 12 marzo 2007

PENSIERI IN APNEA



C'è chi nasce corridore, anche se sul petto porta il numero 625. Forse costui non riuscirà mai a risalire la china, a scorgere il traguardo prima di tutti gli altri, a reclamare la sua inconfutabile identità sulla massa informe, ma sotto sotto non è neppure quel che cerca. Corsa e vittoria sono ben lungi dal combaciare nel vocabolario della sua vita, al di là di qualsiasi talento possieda. Anzi, talvolta il talento stesso si rivela un limite estremamente penalizzante, laddove impone l'univocità del risultato. Si distingue solo il traguardo, si pensa a scavalcare un ostacolo dietro l'altro, senza rendersi conto che non c'è conquista più grande del non farsi inquadrare in un numero, attraverso cui sia assegnata una posizione ben definita, al pari di un modo d'essere chiaro e distinto.

D'altro canto, è pur vero che il corridore non può vivere senza traguardo. Ha bisogno di dare un senso al proprio passo, altrimenti non troverebbe ragioni per resistere al peso sempre più greve delle gambe sfinite, al fiato sempre più corto che appanna la vista e ottunde l'udito, ma ancor più al bisogno di lasciarsi alle spalle un'immagine di sé entro la quale ha smesso di riconoscersi.

Non può essere il percorso stesso, che nel suo snodarsi consapevole conserva in sé qualcosa di velenosamente coercitivo; non può essere neppure lo sguardo d'ammirazione rubato al tifo, tanto volubile e distante, perché sempre a caccia di un gesto che faccia sognare. Un giorno è un sorpasso prepotente, un altro una caduta rovinosa.

No, il traguardo è quanto ci si lascia alle spalle, si riconosce nel momento dello stacco, quando la consapevolezza di aver oltrepassato ciò che ritenevamo impossibile, diviene improvvisamente l'urlo dell'evidenza. Questo traguardo non ha però un luogo dove situarsi, né si presta ad essere “previsto” o “ricercato”: è un sentore di desiderio, che invita alla nomadicità della corsa e all'infedeltà della passione.

Ma alla fin fine, viene da chiedersi, perché mai correre, anziché camminare? Chiedetelo al vento, quando scioglie i capelli e fa bruciare il sudore negli occhi. Chiedetelo al vostro corpo, quando aleggia sul terreno e avverte il brivido dei cieli dischiusi. Chiedetelo ai libertini, quando fremono per uno sguardo senza veli, mentre passeggiano a braccetto; perché se mai è dato dire che cosa sia il piacere della corsa, ebbene questo è il piacere dell'abbandono: cura di una carezza, che indugia nello scivolar via.

Così si chiude dunque la mia partecipazione alla 21esima edizione del trofeo brianzolo di corsa campestre: ho macinato 6 chilometri per 6 sabati, ho lottato contro il tempo che si fa età, ho inseguito un avversario che non ha tenuto infine il mio passo, ma soprattutto ho ripetuto nei silenzi della mia fatica l'unica verità cui resterò fedele sino a quando avrò la forza di correre: “che tutto un giorno possa crollare, che niente e nessuno mi faccia capire”, che il fuoco mi bruci, prima che inizi a crepitare...