"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

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giovedì 27 maggio 2010

INDOVINA CHI VIENE A CENA




D’improvviso una vocina stridula e questuante. Attorno, solo buio impenetrabile. Chiede di un certo Mr Kapitan, rimbalzando da una stalagmite all’altra della grotta, sino a raggiungere le orecchie con un sibilo tanto carezzevole, quanto inquietante. Se non fosse per le correnti di vento caldo che s’infiltrano dai pertugi nella roccia, il sospetto che si tratti davvero dell’alito di uno spirito marinaio - imprigionato nel covo più remoto di Goras - potrebbe suonare più che realistico. Invece è solo il falsetto del professor Furir, che brancolando fra cataste di conchiglie ammuffite e pietre dallo scintillio diamantifero, sta cercando d’ammansire il misterioso inquilino di una voragine apparentemente senza fondo.



“Prudenza! Prudenza! – biascica in un bagno di sudore – Qui osa solo chi vuol conoscere le verità di Papua più arcane e vetuste! Quanti sono in cerca di facili bottini, o di polverose reliquie appartenute a qualche povero diavolo rimasto sepolto, corrono solo il rischio d’essere annegati dall’arrivo dell’onda vendicatrice”. Deglutisce sgomento.



Difficile che su questo tratto occidentale della costa dell’isola, a circa cinque ore di barca dall’ex avamposto coloniale olandese di Fak Fak, si possano trovare ricchi tesori, se non forse bombe a mano inesplose, mitragliatori arrugginiti od ossa spezzate di soldati giapponesi, vittime dei bombardamenti Alleati nel 1944. Dal Dopoguerra ad oggi l’intero promontorio lambito dal mare di Arafur è stato abbandonato a sé, tanto che Furir non se ne dà pace: negli anni ’60, andando a caccia di squali, si è imbattuto in scogli a strapiombo sulle acque, dov’è stato impresso il disegno delle mani dei primi abitanti dell’isola. Ma nessuno continua a saperne nulla.



Sono innumerevoli. Bianche. Rosse. Ocra. Talvolta fra loro spasmodicamente sovrapposte. Paiono protendersi oltre la linea dell’orizzonte, quasi stessero supplicando di liberarle dalla morsa della terra. Messe in evidenza grazie alla tecnica dei pigmenti a spruzzo in uso fra gli aborigeni australiani, queste impronte potrebbero risalire a 40mila anni fa, qualcuno asserisce addirittura ad 80mila, ma finché Jakarta continuerà a disinteressarsi della sua provincia più remota, mentre i viaggiatori internazionali a considerare Papua un buco nero dell’atlante, fantasmi capricciosi non smetteranno di tenere in pugno gli abitanti locali.



Eppure la posta in gioco è altissima: osservando la forma convessa degli affioramenti rocciosi levantisi dalle acque, simili a bolsi giganti coperti d’alghe, non è difficile arguire che le pareti dipinte siano gli ultimi resti di grotte spezzatesi a metà, per poi collassare apocalitticamente nei fondali del Pacifico.
“L’inabissamento del continente della Sonda non è solo una leggenda – ammonisce Furir – e il caleidoscopio d’isole che costituiscono l’arcipelago indonesiano dovrebbe rappresentare già di per sé un argomento probante. A qualcuno però fa comodo sostenere altre teorie, credere che le tribù australiane abitino da sempre nei propri territori, tagliando fuori Papua da ogni spiegazione, quando in realtà noi siamo l’anello di giunzione per comprendere i grandi movimenti migratori dell’uomo e l’evoluzione della specie”.



Nelle parole dei Papua emerge immancabilmente un forte risentimento verso tutto ciò che è estraneo alla propria terra, dal momento che il mare ha in fondo portato sempre e solo sventure: i fucili dei Portoghesi nel ‘500, cui si deve il nome stesso dell’isola (Papua deriva dal portoghese papuas, aggettivo per indicare uomini scuri dai capelli crespi), le croci missionarie di fanatici tedeschi, il giogo asfissiante degli Olandesi, cui nel 1962 si è semplicemente sostituito quello dei Javanesi, ironicamente giunti per liberare “il buon selvaggio” dallo sfruttamento coloniale.



Oggi i proventi della miniera aurifera di Freeport, la più grande al mondo, vanno però a rimpinguare solo le tasche di Jakarta e di Washington, gas e petrolio sono appannaggio dei sudditi di Sua Maestà d’Inghilterra, mentre le multinazionali del legname divorano ogni giorno chilometri quadrati di lussureggiante foresta equatoriale.



Ogni risorsa viene incessantemente depredata sotto lo sguardo indignato dei locali, incapaci di opporre altro ai carroarmati del governo, fuorché archi e frecce, o sporadici atti di rivolta guidati dal Movimento per la Liberazione di Papua.



Quando Furir depone un mazzo di garofani ai piedi di due colonne basiche, probabilmente Mr Kapitan è lì a sbirciare. Poco importa capire chi esattamente sia. Se un marinaio dei secoli andati, rintanatosi nella grotta di Mamasa alimentando le fantasie delle tribù locali, o piuttosto un profugo della Seconda Guerra Mondiale. L’importante è che apprezzi l’omaggio tributatogli ed interceda sommessamente con una benedizione per lo straniero: perché una volta abbandonata la costa, Papua spalanca le porte dimensionali di un mondo rimasto fermo all’età della pietra. Duro e selvaggio. Dove la minima imprudenza può costare il morso mortale di una vedova nera o la freccia avvelenata di una tribù sconosciuta.



Isolata per secoli dai grandi sconvolgimenti storici, inaccessibile ai più, il suo ecosistema è riuscito a conservare meraviglie uniche al mondo: petauri volanti, dingisi timidissimi, casuari talmente pigri d’aver dimenticato come usare le proprie ali, o magnifiche creature dalle piume color arcobaleno, che - non temendo l’uomo - hanno finito per essere chiamate addirittura Uccelli del Paradiso.



Ovunque lo sguardo si posi, si ha effettivamente la sensazione di trovarsi in uno degli ultimi eden terrestri: le spiagge dell’isola di Biak sono accarezzate da sabbie immacolate, mentre nei fondali di Raja Ampat gli sparuti divers qui giunti raccontano d’aver visto creature impossibili. Enigmatici e silenti sono pure i megaliti zoomorfi che vegliano sulle acque del lago Sentani a Doyo Lama, le cui forme sfingiche, così come le incisioni sciamaniche da cui sono solcati, quasi li avvicinano ai resti di una civiltà aliena.



Il vero extraterrestre, però, è ancora l’uomo bianco, soprattutto se lo si vede arrivare dal cielo in piena jungla, magari a causa di un’avaria ad un motore dei piccoli Cessna missionari che osano inoltrarsi nel cuore tenebroso dell’isola.



In piccoli villaggi come Yaniruma o Mbasman si può ancora contare su una rete di contatti piuttosto solida, a tal punto che la presentazione del “suran jalan” alla stazione locale della polizia quasi regala la sensazione di una virile pacca sulla spalla: è il permesso che il governo rilascia per esplorare le zone di frontiera, quelle in cui le analisi geopolitiche cedono il posto ai racconti straordinari e dove la scienza torna a farsi mito.



“Là dentro potrai contare solo su te stesso – sono soliti ammonire impiegati dalle ascelle pezzate – perché t’aspettano giorni di duro cammino, con le gambe sprofondate nelle paludi sino alle ginocchia, un’umidità capace di ridurti ad una pozza d’acqua e zanzare malariche che non perdonano mai”.





Molti tremano e preferiscono tornare sui propri passi, magari a Wamena, dove nella splendida valle del Baliem va in scena ogni agosto il folkloristico festival delle tribù Dani, use a scagliare in aria lance e frecce, ma solo per gioco. Pronte ad offrire prove d’abilità nel cucire borse di caurio o nell’infilare conchiglie di ciprea, dimostrando in tal modo di non essere solo abili coltivatori di patate dolci, ma abitanti di capanne di paglia che conoscono arti sopraffine, come quella d’affumicare le mummie dei loro avi guerrieri e conservarle intonse per centinaia d’anni.







Oltre Yaniruma invece non si scherza. Ogni passo avanti è una benevola concessione dei capitribù Korowai e basta un movimento inaspettato, una parola di troppo o magari un sorriso incompreso, per farti sentire nudo come un casuario sulla brace. Le voci sul cannibalismo non sono solo dicerie.



Non appena in cima agli alberi appare una khaim, la tipica capanna che le tribù locali costruiscono sino a venti metri dal suolo per sottrarsi ai predatori (animali o umani), le foglie delle palme di sago iniziano a frusciare. Richiami gorgheggianti coprono il verso dei cacatua terrorizzati. Dieci, venti, cinquanta selvaggi dai nasi traforati con ossa d’uccelli e un guscio di ghianda a coprire i propri genitali sono già lì. Tutti attorno, ansimanti e spaventati. Ma anche dannatamente curiosi.



Qualcuno tenta di allungare la mano verso quella strana creatura bianca che molti considerano un laleo, un demone ghiacciato. Però la ritraggono subito. Meglio un approccio meno compromettente: annusare le ascelle, il collo e il petto li rassicura molto di più. Solo se non si è imbevuti di qualche deodorante. Il rischio, altrimenti, è che si possa esser scambiati per khakhua, stregoni da cui ci si libera solo divorandone il fegato, lo stomaco ed il cuore.



Aver avvicinato già tanto un Korowai dovrebbe comunque preservare da spiacevoli sorprese. Sono infallibili arcieri e, se davvero avessero timore del nuovo giunto, non ci penserebbero due volte a tendere una freccia dall’alto delle proprie abitazioni. Da quando hanno iniziato a riconoscere in lontananza il rumore delle motoseghe, anche la loro curiosità verso il mondo al di là della foresta è cresciuta a dismisura.



Sino alla fine degli anni ’70 nessuno sapeva della loro esistenza e loro stessi erano convinti che oltre il cerchio delle piante ci fosse solo il regno degli spiriti vaganti. A causa di un missionario olandese, un certo Van Ewk, oggi le cose sono un po’ cambiate. Tanto che la loro sopravvivenza potrebbe dipendere solo e paradossalmente dal turismo, pronto a preservare il fascino del “buon selvaggio”, purché questi abbassi la testa e accetti di mettersi in vetrina.



Qualcuno ha abbracciato la croce e si sta sforzando di parlare indonesiano bahasa. Altri si sono lasciati convincere addirittura ad indossare vestiti logori. Più si “civilizzano”, meglio è per Jakarta, che ha fame di legname e dollari. Capita dunque d’essere invitati a fumare le loro pipe oblunghe o prender parte alla lavorazione del sago, la principale risorse dall’alimentazione Korowai, offrendo il quale riescono a rompere un po’ il ghiaccio con gli stranieri. Eppure, potrebbe essere solo l’evoluzione di una tecnica di caccia più astuta e sottile.



Quando si riceve l’invito a cena da un presunto ex cannibale, il cui sorriso smagliante annuncia ai suoi un piatto speciale per la giornata, qualche terribile dubbio inevitabilmente s’insinua. Malacoscienza. “Fuori le teste di topo e le larve di scarafaggi. Oggi si festeggia!”.
Già, chissà sino a quando. E soprattutto: chissà in quale modo.



OPERASI KOTEKA



C’è chi lo chiama koteka, chi horim, chi ancora lonka lonka. Se si dovessero passare tutti i 250 dialetti di West Papua, l’elenco sarebbe spropositato. Di certo l’astuccio penico è il simbolo più importante delle culture tribali dell’isola, non solo per la sua funzione di status symbol all’interno della comunità, ma anche come elemento d’affermazione d’identità contro le battaglie ideologiche condotte da Jakarta. Fra il 1970 ed il 1971 il governo indonesiano lanciò infatti l’operasi koteka, una campagna di “modernizzazione dei costumi” che avrebbe dovuto costringere le popolazioni papuane a vestire abiti occidentali, anziché girovagare per valli e foreste completamente nude. Non ci fu verso di convincerle, tanto che scoppiò quasi una guerra civile, poi stemperata dal dietro-front del governo. Analogamente fallirono i missionari cristiani, instillando però il senso di vergogna nelle tribù coinvolte, visto che ancor oggi molte di esse corrono a prendere stracci e vestiti per coprirsi, non appena avvertono su di sé lo sguardo degli stranieri.
Comunque sia, al koteka non si rinuncia. Oltre a dimostrare la virilità dell’uomo, essendo sempre legato al bacino e al petto in posizione eretta, questa zucca cava serve spesso da bisaccia per portarsi appresso tabacco od erbe senza bisogno di borse, nonché come protezione indispensabile negli scontri corpo a corpo con le altre tribù. Può avere forma ondulata, ripiegata, essere rigonfio o artisticamente dipinto. Insieme alle corone di penne di casuario e alle ossa di maiale infilate nel naso, il koteka fa parte del corredo classico delle popolazioni Dani, mentre altre tribù, come i Korowai, preferiscono proteggere i propri genitali con un doloroso massaggio mediante cui il pene viene introflesso nel corpo, lasciando all’esterno solo il glande (protetto però da un guscio di ghianda).

WASUR NATIONAL PARK



Benché relegati ai margini della società, strettamente in pugno alle comunità javanesi trasferitesi a Papua tramite il progetto “trasmigrasi”, gli abitanti locali hanno saputo ritagliarsi a fatica spazi d’imprenditoria. Se il governo di Jakarta confisca periodicamente ampie fette di terreni papuani, per poi assegnarli ai residenti delle sovraffollate isole indonesiane meridionali (a condizioni di favore), le tribù Marind e Kanun della zona di Merauke hanno infine imparato il trucco. Anziché continuare a vivere separate le une dalle altre, nel 1997 si sono organizzate per fondere i propri terreni nel Parco nazionale del Wasur, sotto l’egida del Wwf. Oltre a proteggere il proprio ecosistema da bracconieri e taglialegna, qui sono libere di vivere seguendo i propri costumi e, soprattutto, di farli conoscere senza traumi ai visitatori.
Esteso per circa 413mila ettari, fra foreste allagate d’eucalipti e scabre savane, il parco presenta un’ampia varietà di specie sia floreali che faunistiche: fra le meraviglie della natura, spiccano enormi termitai alti sino a cinque o sei metri, utilizzati come forni per cuocere la carne di canguro. All’interno della riserva sono stati allestiti fra l’altro alcuni impianti per la lavorazione delle foglie d’eucalipto, dalle quali si ottiene un olio particolarmente concentrato: i Marind lo considerano una sorta di panacea contro tutti i mali. Lo usano per tener lontani gli insetti, per massaggiare i corpi doloranti, per curare i bruciori di stomaco bevendone piccoli sorsi, o addirittura per combattere la malaria. I soldi ricavati dalla vendita delle sue preziose bottigliette vengono poi reinvestiti nella salvaguardia del parco.

FESTIVAL PER TUTTI I GUSTI



L’antesignano è stato il festival di Wamena, nella valle del Baliem. In calendario ogni anno, verso la metà di agosto, questo appuntamento è stato capace di catalizzare da solo il poco turismo sviluppatosi a Papua a partire dai primi anni ’90. Durante i tre giorni di celebrazione, le tribù Dani mettono in mostra tutto il repertorio del loro folklore: danze spettacolari, canti selvaggi, simulazioni di battaglie, corse di maiali e prove d’abilità con archi e lance. Sull’onda del successo riscosso, l’amministrazione papuana ha deciso di pubblicizzare con decisione altri analoghi eventi: lo scorso giugno, ad esempio, è stata inaugurata la prima edizione del festival del lago Sentani, durante il quale vengono inscenate sulle acque spettacolari battaglie a bordo di navi a forma di coccodrillo. A pochi chilometri di distanza, la cittadina di Waena si trasforma a fine agosto nel punto di ritrovo di tutte le tribù papuane, chiamate a confrontarsi non solo a passo di danza, ma anche nell’arte mimica di rappresentare i propri miti. Di prestigio pari, se non forse superiore a quello di Wamena, è infine il festival della cultura Asmat, che si tiene fra ottobre e novembre nelle cittadine di Agats e Merauke. L’occasione è impedibile per ammirare le rinomatissime sculture delle popolazioni meridionali, giudicate fra le migliori di tutto il Pacifico. Oltre agli scudi e agli idoli di legno, realizzati in una serie infinita di smorfie per allontanare gli spiriti malvagi o catturare la fortuna, tipici sono soprattutto gli “mbis”: pali commemorativi che incarnano la cosmologia Asmat ed hanno valore apotropaico.

RISTORANTI



RUMAH MAKAN MICKEY
A due passi dall’aeroporto di Sentani, sul corso principale di Jalan Kemiri, questo piccolo ristorante cino-indonesiano è il punto di ritrovo preferito dalla clientela internazionale, per via dei suoi menù tradotti in inglese. Immancabile il nasi goreng, cioè il riso fritto condito a scelta con verdure al vapore, piccanti, blocchetti di pollo o gamberi. Singole portate a partire da un euro e mezzo.

RUMAN MAKAN MAS BUDI
Benché a Wamena abbondino i tradizionali warung indonesiani, tavole calde allestite alla buona per strada, questo piccolo ristorante alla periferia settentrionale della città – in Jalan Pattimura – riesce ad offrire pesce freschissimo, persino nella vallata dov’è d’obbligo il maiale alla brace. Ottimi i gamberoni piccanti con salsa di cocco. Prezzi compresi fra i 2 e i 5 euro a portata.

SANDRA CAFE’
Merauke è senza dubbio la cittadina più ordinata e pulita di tutta Papua, ma questo locale lungo Jalan Raya Mandala è sempre pronto a ricordare che la jungla si trova a soli pochi chilometri dalla strada. Immerso in un giardino lussureggiante, offre suggestivi tavoli su più piani, illuminati da candele e impreziositi da piatti di pollo fritto e caramellato. Irrisori i prezzi, che partono da meno di un euro.

HOTEL



SEMERU
A Sentani stanno nascendo hotel come funghi, di categoria sempre più elevata, ma sotto sotto solo sulla carta. Il Semeru resta ancora uno dei più quotati, non solo per l’estrema vicinanza all’aeroporto, ma anche per le sue camere semplici e pulite. Persino quelle col ventilatore, sono dotate di water classico e doccia, a dispetto di turca e mandi (una vasca da cui si raccoglie con un secchiello l’acqua lasciata in deposito per lavarsi). Prezzi a partire da 12 euro.

BALIEM VALLEY RESORT
Essendo il luogo più turistico di tutta Papua, Wamena può vantare anche l’unico resort (www.baliem-valley-resort.de) che possa dirsi tale. Situato 10 chilometri a nord della città, è immerso in una campagna incontaminata ed offre camere ispirate allo stile delle capanne Dani. Docce con pareti in pietra e pavimenti in legno. Costa tanto, 125 dollari a notte, ma è l’unico lusso che ci si potrà concedere per tutto il viaggio.

NAKORO
Un’oasi di pace dal traffico di Merauke. Nascosto in una stradina parallela al corso principale, questo grazioso hotel familiare ha camere intime e pulite, nobilitate dal sottostante giardino di profumati fichi. Incredibile ma vero, la colazione viene servita a letto. Prezzi a partire da 18 euro.

domenica 26 ottobre 2008

OPERASI KOTEKA




Inevitabilmente gli occhi cadono sempre lì. Senza falsi pudori. Senza malizia alcuna. Con un insistenza tale, che ti viene quasi il sospetto d’aver scordato di stringere la lampo, o d’aver forse indossato un paio di jeans sopravvissuti all’attillatissimo guardaroba di una rockstar anni ‘70. A Papua, un uomo senza koteka è come un armadillo senza corazza, sicché non c’è nulla di male nel farti capire che sarebbe cosa saggia intubare i tuoi genitali in una zucca cava, com’è costume fra le tribù Dani, o ancor meglio introfletterli con un vigoroso massaggio da ghiacciarti il sudore in fronte. Sottile astuzia dei guerrieri Korowai, che anziché correre in battaglia gravati da una sorta di proboscide fossile, spiazzano il nemico ostentando un guscetto di ghianda e nulla più. Ne vanno così fieri, che persino l’esercito indonesiano ha dovuto alzare bandiera bianca; fra i tanti scontri sostenuti con gli abitanti dell’isola, iniziati nel 1962 a seguito della “liberazione” dei poveri selvaggi dai bruti colonialisti olandesi (e mai conclusisi davvero), l’operasi koteka ha rappresentato una soglia spartiacque: più di 30 anni fa Jakarta emanò una direttiva che passò poi alla storia con slogan quanto mai bizzarri, del tipo “un paio di mutande per tutti!”.
La stampa ironizzava, ma intanto frecce avvelenate e lance affilatissime volavano su e giù per la Valle del Baliem: paradiso di un’umanità senza vergogna, scoperto solo nel 1938 e da quel momento in poi condannato alla “civilizzazione”, sotto l’egida dei fucili javanesi e del proselitismo missionario. Agli occhi del mondo l’Indonesia voleva mostrarsi ormai lanciata sulla via del progresso e del profitto, per quanto i metodi utilizzati somigliassero dannatamente a quelli della Compagnia delle Indie Orientali: inaccettabile che uomini nudi vivessero in capanne di paglia insieme ai maiali; intollerabile la mutilazione delle falangi alle donne di famiglia, dopo la morte di un parente maschio; insostenibile che si continuasse a coltivare patate dolci esattamente come nell’età della pietra, quando a scuola veniva insegnata una lingua, il bahasa, in grado di unificare gli scambi commerciali fra le quasi 18mila isole dell’arcipelago indonesiano. Tentarono di convincere i Dani con mutande di ruvido cotone e loro risposero facendo oscillare sbeffeggianti il loro koteka. Puntarono loro il grilletto alla tempia e si videro arrivare un’ascia nella schiena. Alla fine quel che la volontà non ha potuto, è riuscito invece alla tentazione: Wamena, il capoluogo della Valle del Baliem, è oggi una cittadina dove ancora si scorgono per le vie zucche “oscenamente” erette, benché le si veda circolare a cavallo di una motocicletta, o sedere davanti ad una soap opera dagli incantevoli visini balinesi. La notte si preferisce avvolgersi sotto le coperte, piuttosto che cospargersi di grasso di maiale, mentre vendere collanine di ciprea rende assai più che cacciare casuari imbolsiti.
Ma c’è chi non si è fatto abbagliare. Pochi chilometri fuori dalla città, le strade si perdono su monti impervi, ma dall’impossibile vegetazione equatoriale. I ponti d’acciaio tornano ad essere solo un intreccio di pali scricchiolanti e legati alla meno peggio. Il fragore cristallino di torrenti incontaminati riesce a coprire gli strepiti d’ambigui karaoke, dov’è facile scivolare dalle spire di una canzone melensa a quelle di un massaggio dal ritmo sensualmente ripetitivo. La natura mostra un volto così primitivo ed esuberante, che Wamena intera finisce per apparire la semplice caricatura di un mondo estraneo ed incomprensibile.
Nascosti dietro alte staccionate, gli abitanti delle vette continuano infatti ad estrarre sale battendo gambi di banano sino alla loro disidratazione, per poi immergerli in pozzi d’acqua mineralizzata. Capita di udire persino urla gorgheggianti levarsi d’improvviso attorno ai falò di mezzanotte, quando la cerimonia di smembramento di un cinghiale viene interrotta per armarsi d’arco, onde vendicare il furto di bestiame messo a segno dall’astuto vicino. Salvo accorgersi che queste faide estemporanee spesso non sono altro che lotte simulate, magari per sfogare gli ardori di uomini spaventati dalla potente magia dell’accoppiamento, o solo per tenersi in forma in attesa del festival che – ogni metà agosto – qui raccoglie tutte le tribù della zona: un’autocelebrazione degli antichi costumi, durante la quale ci si perde in danze forsennate, in sfide di cucito per realizzare borse di caurio poi legate alla testa, in virili corpo a corpo, necessari per iniziare il giovane all’implacabilità della vita e della caccia.
Papua è così. Offre barlumi appena di urbanità, concentrati sulla costa o in qualche sporadica radura dell’isola, per la quale ci si muove quasi esclusivamente a bordo di piccoli aerei. Al massimo di traghetti caracollanti, che dalla capitale Jayapura arrancano solo verso ovest, costeggiando le bianchissime spiagge di Biak, le affascinanti pitture rupestri di Fak Fak, per spingersi sino alle vaste pianure alluvionali della regione degli Asmat, dove defilate palafitte ospitano i più fini intagliatori del Pacifico, o a Merauke, in mezzo alle foreste allagate d’eucalipti. Estremo insediamento meridionale dove già si avverte aria d’Australia, osservando gli spericolati voli dei petauri, gli sbadigli omerici dei dingisi, o ancora l’infaticabile dedizione delle termiti, capaci di alzare nidi di cinque, sei metri, poi sfruttati dalle tribù Marind come comodi forni per cuocere la carne di canguro. Con il 75% del proprio territorio coperto da impenetrabili foreste, Papua preserva un ecosistema unico al mondo, i cui numeri danno il capogiro: 2.500 specie d’orchidee, 600 d’uccelli e 800 di ragni, per non parlare degli oltre 30mila tipi di coleotteri. Se tanto diversificato appare l’habitat naturale, non meno complesso è il mosaico delle tribù, che parlano almeno 250 dialetti e vivono per lo più isolate dal resto del mondo. Gli unici, sporadici contatti coltivati sono appunto quelli con alcune missioni protestanti o cattoliche, angustiate all’idea che dopo duemila anni dalla morte di Cristo qualcuno possa vivere ancora ignorandone il sacrificio.
Ma popolazioni come i Kombai o i Korowai hanno ben altro per la testa. Per loro il mondo finisce al di là dell’umidissima foresta in cui sono rimasti nascosti sino al 1979, benché nessuno abbia ancora un’idea precisa di quanti uomini abitino nelle khaim, le case che costruiscono in cima alle piante, ad oltre venti metri da terra. Pretendere da loro una risposta è impossibile, talvolta estremamente pericoloso. Chi padroneggia i numeri di solito è un khahkua, uno stregone dal cui malefico influsso ci si libera solo divorandone cuore, fegato e stomaco. Ancor peggio se a sollevare domande sui loro miti o i loro costumi sia un demone dalla pelle bianca, il cui solo contatto potrebbe rischiare di congelarli come ghiaccioli. Tutt’al più insegnano a lavorare le piante di sago, o a fumare in silenzio le loro pipe oblunghe e un po’ allucinogene. In fondo loro preferiscono starsene tutti soli lassù, lontani da occhi indiscreti e zanzare pedanti, vicini al mistero delle stelle, sordi al rumore delle motoseghe che – giorno dopo giorno – s’avvicinano sempre più, per cancellare gli incubi di un mondo dal quale l’uomo contemporaneo s’illude d’essersi affrancato. Almeno sino a quando il campo del suo telefonino non scompaia dal display, o le batterie delle torce si esauriscano inaspettatamente: sprofondato nel vischioso ed oscuro grembo della jungla, forse avrà modo di capire che salvare Papua, altro non significa che salvare se stessi. Uomini alla deriva in un mondo di silicone.

mercoledì 10 settembre 2008

DOVE IL NOME SI FA ONOMATOPEA



E’ più grave di quanto sembri. Ignorata ai margini dei planisferi, accortamente imbavagliata dal governo indonesiano e col grilletto costantemente alla tempia, Papua non solo ha perso la parola: suo malgrado riesce a sottrarla persino a quanti tentino di dire cosa mai sia. Trasmette alla penna lo stesso smarrimento che sorprende il naufrago davanti alle sue coste vergini, lungo cui la jungla si riversa in mare, gli uccelli del Paradiso ammutoliscono sgomenti e i nomi si fanno onomatopea ostinata.
Non sempre scorgere terra all’orizzonte è sinonimo di salvezza. Tibie abbandonate nella sabbia, pallida e compatta quanto il volto di un cadavere imbellettato, o magari un teschio che fissa amleticamente dall’alto di una grotta collassata, inducono a pensare che l’oceano possa riservare in fondo qualcosa di meglio, perché le promesse dell’orizzonte valgono ben più di un’Utòpia spogliata della sua aurea illusoria. Bisognerebbe ruotare la zattera su cui inevitabilmente condannano i capricci del cielo, rinfrancarsi un poco le braccia scosse da brividi improvvisi e allontanarsi il più in fretta possibile, prima che una freccia avvelenata scocchi dal nulla o tracce di sangue rappreso vengano ricondotte a ciò che la mente persiste a rifiutare incredula.
Troppo facile. Troppo codardo. Chiunque troverebbe la forza di credere in altro, pur di negare che la realtà sia proprio quella. Memori della spada del biondo Hagen, eroi già condannati dal fato, in realtà non possiamo far altro, se non infliggere il colpo che smembri i legni marci della fuga e guardare negli occhi l’orrore. Non perché dotati di forze sovrumane, né tanto meno per infatuazione di un gesto romantico. Sulle rocce di Papua non c’è poesia, grazia o estetica che valga. Solo bruta necessità, crudo opportunismo cacciatore, la consapevolezza per cui distogliere lo sguardo non aiuterebbe a dimenticare, bensì ad alimentare velenosamente, giorno dopo giorno, l’inquietudine dell’irresoluto. Occorre fare come Ulisse: consegnarsi all’ineluttabile richiamo di sirene mortali, nella speranza che le corde della civiltà reggano e dell’impossibile ci si faccia prima o poi ragione.
A quel punto, forse, centinaia di mani rosse dipinte a pelo d’acqua non assomiglieranno più al disperato appello di memorie murate nel silenzio caduco, ma allo slancio creativo di aborigeni ostili solo alla morsa del tempo; sarà più facile credere ai giganti di Fak Fak e Kaimana, osservando pelvi abnormi, verosimilmente appartenute a creature preistoriche. Sulle sponde del lago Sentani si stagliano in fondo megaliti che giustificano i nostri lumi: poco importa se la loro forma richiami l’inafferrabile sfinge o alteri i profili d’animali estintisi da epoche remote, seguendo la vibrazione dell’onda che si propaga nel dubbio stagnante.
Se quella suona una spiegazione credibile, allora avremo rischiarato già un poco il cuore di tenebra papuano. Né dovremo indietreggiare qualora l’odore di grasso di maiale e di penne essiccate diventi tanto penetrante, da risvegliare nuovamente la nausea esistenziale. Quell’odore è tale solo perché lo hanno costretto fra pareti di cemento armato e vestiti di terza scelta; ricorda il corpo ammuffito di un certo Theys Elias, che in nome di una terra libera è finito sepolto dalla sua stessa terra, relegato in un campo le cui zolle rischiano d’essere risucchiate da un momento all’altro, per via di un aereo in partenza. Difficile, infatti, che qualcuno si trattenga fra rubicondi sputi di betel e polvere soffocante, che continui a camminare per strade oltre le quali si aprono solo fogne, che resista al canto sgangherato di karaoke i cui unici ospiti sono l’Aids e javanesi dalle mani di fata. Se lo fa, è solo perché sta meditando il modo migliore per far saltare in aria l’ennesimo convoglio militare, giunto a proteggere immigrati che non ritroveranno certo il sole sulle labbra coltivando riso a buon mercato, mentre gli intransigenti della patata dolce banchettano oltre le montagne con i resti di chi si è spinto troppo in là, seguendo i consigli di un burocrate di Jakarta che confonde uomini con oranghi. Le sue cartine contemplano poche strade cieche, prevedono il rilascio di permessi per camminare dove non esistono confini, ma oltre cui basterebbe solo l’umiltà di una semplice richiesta. Indicano villaggi di capanne da incendiare, selvaggi che vestono solo zucche sui propri genitali, oppure che ci arrotolano qualche foglia, ostili al taglio delle piante pronte a dar loro vita, irriducibili ad un credo piovuto dal cielo senza buona novella, che staccano dita di donne alla morte di un parente e divorano fegati di demoni dalla pelle bianca. Selvaggi, dunque. Animali che non meritano stima, ma solo la suola degli stivali in faccia, l’urina negli occhi, lo scherno delle reclute che trascinano corpi ribelli lungo scie di sangue, tenendoli legati ad un cingolato a stelle e strisce.
Verità inoppugnabile di un patto scellerato, che in nome dell’oro di Freeport sacrifica diritti civili e miti democratici sull’altare del dollaro.
Allora non resta davvero che riparare sulle rive del Baliem, chiudendo la porta in faccia al mondo, per gioire di una collana di ciprea che rischiara il nero dell’anima, per danzare attorno ai fuochi di mezzanotte, divenendo uomini attraverso il pugnale che sventra i maiali, per sfogare la frustrazione di frecce che non possono più penetrare, o la paura di concupire donne da cui sgorga sangue impuro. Ma non basta. Wamena è già caduta in mano al nemico. I propri costumi ridotti alla parodia da festival. Gli spiriti antenati scacciati dalle croci. Le mummie degli avi relegate ai covoni della paglia. Bisognerebbe ripiegare ancora più all’interno, rannicchiarsi in un cantuccio sicuro quanto il feto di una madre, scappare in cima ad alberi alti venti metri e vivere di sago, denti di coccodrillo e larve di scarafaggi. Gli scudi intarsiati degli Asmat non servono più. Le asce dei Korowai appaiono spuntante contro le motoseghe dei musi gialli. I tamburi dei Marind mettono in fuga solo le termiti che hanno innalzato pinnacoli di terra fra le foreste d’eucalipto, i petauri volanti o i dingisi maculati, ma nulla possono contro i parà lanciatisi su Merauke.
Si resiste, come e finché si può. Ma quando tutto sarà perduto, a Papua non resterà che adottare la tecnica del nano Oskar Matzerat: rifiutarsi di crescere per non rendersi complici di un mondo assurdo, battere sul tamburo ogni volta che qualcuno vorrà alzare la voce, urlare sino ad infrangere i diamanti, qualora si vorrà privare i suoi abitanti persino di questo diritto. Ma sul banco degli sconfitti non siederà alcun selvaggio. Solo un uomo folle, ormai incapace di comunicare col proprio simile, per sempre privato dell’inestimabile tesoro di poter tornare a guardare chi un tempo fu e cosa poi divenne. E che alla domanda che vale una vita, saprà rispondere semplicemente così: wa, wa, wa…