"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

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lunedì 1 ottobre 2007

DISPACCI INDOCINESI/2 (UFFICIALI)

Chicchi scotti di un guerrigliero ritardatario
Indochina’s highway to hell 2007



“Io, l’orizzonte, mi batterò per la vittoria, perché sono l’invisibile che non può sparire. Sono l’onda. Aprite tutte le chiuse, affinché possa dilagare e travolgere tutto!”
(G. Apollinaire – Tendre comme le souvenir)


24.07.07 – h. 00.48, sopra le Piramidi di Sakkara 
(volo EgyptAir Muenchen-il Cairo-Bangkok)

Prologo:

C’è un numero di matricola marchiato nel fondo di ognuno di noi. Per alcuni, candido anno di nascita, intangibile nella sua purezza. Per altri, sigillo di vergogne che vorremmo ermeticamente alle spalle. Ma non c’è nulla da fare. Gli spifferi del tempo sono condannati a farsi squarci di verità, argentando le nevi e piegandoci al perdono. Al banco dei testimoni, dentro la nostra culla, sediamo sempre e al tempo stesso in qualità di vittime e carnefici.

Ossessionati dal rendere ragione, non possiamo che scomporre le cifre a noi ciecamente assegnate sino a scorgerne i segreti varchi, celati in notti ben più cupe di quelle in cui abbiamo udito il primo vagito, prossimi alle lande del dolore primigenio, dove le lacrime non hanno volto e la pietà ci fa uomini ancor prima che cittadini, fratelli ancor prima che compagni.

Spingersi oltre, in là, è per noi un regredire alle immagini dell’archetipo, perché dietro le parole del nuovo udiamo assonanze enigmaticamente familiari, come se nessuna cesura si fosse mai frapposta fra la conquista dell’io e la riscoperta del noi.

E’ il segreto dell’occhio di Horus, rivolto alla mano alzata sul proprio seme e alla punta estrema delle piramidi vetuste, alla caduta nel tempo e alla porta dell’eternità.

Ovunque poseremo il nostro sguardo, saremo immancabilmente sulla soglia. Al di là della vita e della morte, anime fluttuanti in cerca di carne fresca, affinché di volta in volta siano riscritti i segni del cammino infinto.

26.07.07 – h. 18.48, Hualangphon Railway Station - 
Bangkok (sedile riservato al farang)

Troppa gentilezza finisce per rendere dannatamente sospettosi. Di tutto e di tutti. Le guardie di frontiera che sorridono amabili. I tuk tuk pronti a sacrificarsi ciecamente nel traffico in perenne tilt. Le guesthouse di Kao Sao cui non mancano mai amene sale massaggio, per ammorbidire la fatica pedestre del nomade che “non può non riposarsi”. Astuzie hegeliane al costo di 3 bath.

Bangkok non lo dice apertamente, ma invita a prendere la vita con mollezza. Fa sì che si scivoli su di essa come lumache nel burro al curry. Che poi ci si ritrovi fritti in padella è un eccesso di malizia capace solo di farci apparire smaccatamente occidentali, scortesi; avremo tutte le ragioni del mondo, ma alla fine ci diranno che abbiamo frainteso. Niente più. Alla verità si arriva, se mai si arriva, per vie oblique.

La chiamano Città degli Angeli e noi, figli di S. Tommaso e Cartesio, ci logoriamo ad interrogarci sul suo sesso. Ma la nostra volontà di sapere diviene ai loro occhi un infido smascherare.

Se i fiori sbocciano sul Wat Arun è perché in Oriente un tempio consacrato all’alba dischiude le sue labbra per liberare i sospiri della meraviglia; è vero, il thailandese costruisce cittadelle reali sempre cinte da mura: ma solo per meglio preservare la sorpresa delle pagode dorate, i cui tetti s’incurvano come archi di Cupido pronti a trafiggere il nostro rude cuore. Qui non conoscono la parola proibito. I cittadini di Bangkok si fanno piccoli piccoli di fronte allo straniero, al farang, perché anche Buddha veniva da lontano e, stanco, scelse infine di distendersi per 46 metri sotto i teak del Wat Pho.

Sono però loro a non aver capito che i suoi occhi chiusi non cercano di distogliere lo sguardo in segno di deferenza. Rifiutare di vedere quanto si ha attorno significa perseguire il distacco dall’adipe godereccio, senza indugiare in ossequi tanto numerosi da avere inevitabilmente un costo. A metà strada fra il candore innocente e il rosso sanguigno, la gialla Bangkok s’imporpora come una timida vergine che, nel bene o nel male, pensa sempre e solo a quello.

27.07.07 – h.13.51, strapiombo di Preah Vihear (accanto ad una mina)

Né di qua, né di là. Preah Vihear se ne infischia dei confini e guarda tutti dall’alto. Sa bene che, nel giro di lustri o secoli, qualcun altro verrà a tracciare nuove righe: preoccupato di riempirsi più la bocca del suo nome, che di dare un sostegno alle architravi della sua vecchiaia, in mezzo alle quali il vento ulula beffeggiante.

Per cui la smettano gli archeologi pedanti di chierdersi che volto avessero i leoni di guardia alla scalinata d’accesso, o quale mai fosse l’espressione dei bassorilievi di Shiva e Vishnù! Per quanto erosi dalle troppe piogge e sfregiati dalle pallottole rosse, sarebbe apparsa comunque di un’imbarazzante atarassia. Virtù dei grandi saggi.

Il tempio degli antichi khmer mostra infatti una pazienza infinita, perché tollera la cantilena dei bimbi in cerca di riel, così come gli acuti malinconici di un violino monco, il placido russare di un’amaca incapace di riallacciare i suoi tendini spezzati, così come il cappello teso di un reduce malconcio, ormai inutile sul suo capo andato in frantumi. Sopporta di gradino in gradino, stanco e reumatico, ma quando scoppia sono guai per tutti.

Ha lasciato arrugginire i propri cannoni e dimenticato come si usano le mitragliere dei suoi bunker, ma non abbassa mai la guardia. Tutt’al più sonnecchia. Non a caso fu casa prediletta dei guerriglieri senza terra. Attenzione, dunque! E’ sufficiente un passo falso: e i brandelli di carne conosceranno la gloria dei cieli.
Oh, mai pellegrino fu tanto vicino al suo dio…

28.07.07 – h. 21.58, strada senza sbocco (Anlong Veng)

Il silenzio, all’improvviso. Il 1975, di nuovo. Ottanta chilometri dal confine thailandese valgono almeno 30 anni d’incubi. Le strade si sono fatte rosso sangue, polvere della polvere. Il cielo minaccia, tanto più tirannico, quanto più lontano si fa il burocrate di bronzo che sta inchiodato ad O Smach. Dalle palafitte, solo occhi stralunati. Per la malaria, o per l’incredulità, una scomessa che sarebbe costata due pallottole dritte in fronte. Via, via, la moto corre senza mai indugiare. Neppure una volta: non teme i ponti marci, non presta attenzione ai ruderi bruciati, ma guai a sgarrare dal tracciato. La maledizione dell’Angkar fa tremare il suo manubrio di finto acciaio, arrugginito nell’unico mito permesso: il Grande Balzo in Avanti. A destra solo mine. A sinistra solo scheletri. Dietro, una notte così buia da ottenebrare la mente senza possibilità di ritorno. Ta Mok è sui muri. Pol Pot nelle ceneri. Dei khmer rossi restano solo corpi senza teste, scolpiti in rocce che paiono pronte a schiacciarti. Eppure le paludi continuano a regurgitare gli stessi fantasmi. I tic a tormentarti ininterrottamente da quel dannato giorno d’aprile, che non è ancora passato. E probabilmente mai passerà. A costo di qualunque geranio fiorito, là dove mai te lo saresti aspettato.

29.07.07 – h. 18.17, in sella alla ruota del Karma (Chong Kneas)

Non c’è posto sicuro, se non la strada dove il sole batte sino a farti alimento delle risaie. A Siem Reap sei solo una distrazione, una ferraglia che prende forma nel rischio d’investimento. A Chong Kneas un ostinato pesce fuor d’acqua. Mille barche pronte a farti naufragare lontano da vite annegate, cento canoe che trasportano tutto ciò di cui non hai bisogno. Ti fanno mangiare la polvere, se non accetti di domare la tua curiosità. Ti occhieggiano sospetti, se ti fermi sulla soglia di capanne che issano bandiere sconosciute. Progetti filantropici di salvatori senza volto: una pompa per l’acqua, un tetto per chiudere gli occhi e mettere l’animo in pace. E nel mezzo, tutto un fiorire di bimbi che ridono per il solo gusto d’inseguire, di pescatori che esalano il piacere di riparare sotto le palme da cocco, di anziani che tengono il volume degli altoparlanti al massimo, affinché ritrovino l’ingresso al tempio dove pregare che tutto torni come prima. Posarsi come farfalle. Ecco il segreto per preservare la delicatezza delle stagioni. Giù dai pedali, la stanchezza ci guida solo alle insidie dei karaoke. Alle carezze che trascinano nell’ombra. Ai capolinea della pietà.

30.07.07, h. 11.47 - lato in rovina del Ta Prohm (complesso di Angkor)

Prima o poi se ne andranno. Anche loro. Ma non prima di aver violentato, deriso, insozzato e svilito l’ultimo sussulto di dignità della Cambogia. Vengono soltanto per rimirare se stessi attraverso Angkor, quasi questi templi fossero una mera scenografia per l’ennesimo film hollywoodiano, anziché l’ossessione del monte Meru. Uno. Due. Cento volte. Il conto si perde. Per gli imperatori khmer costruire templi era già una sfida contro i limiti della propria natura, ma di ben altro genere. Imporre il cosmo all’accidentalità dell’individuo.

Oggi è il volto dell’uomo qualunque a reclamare la smorfia dell’essere. Il manierismo della posa. Malato cronico di miopia, non riesce più a spingersi oltre la propria immagine. Tutto è per lui cornice. Così vaga incerto fra corridoi senza vero sbocco, si attarda a cercare scorci da cui affacciarsi; invidia bilioso la flessuosità delle apsara in equilibrio sui cornicioni, adula l’irremovibilità dei guerrieri armati davanti alle torri Naga. Ma ogni volta manca il centro. Ogni volta è fuori posto. Non è tuttavia colpa delle liane e delle radici se le sue geometrie sono state innervate dal tumore della dispersione. Ancora non ha capito che la jungla ricicatrizza ogni strappo. Perché il solo modo di affrancarsi dalla natura è assecondare la propria. Ma come ragionare con una scimmia che si strappa i peli?

31.07.07, h.18.34 – cloaca di Battabang

Troppo tardi. Il fratello n.3 è riuscito una volta ancora a defilarsi con una tempestività insospettabile per un ultrasettantenne. E Battabang è rimasta a guardare. Come sempre. Non riesce a scrollarsi di dosso la sua eredità coloniale. Si logora nell’attesa del ritorno, qualunque sia il nuovo padrone. I francesi che hanno profumato le sue vie di bistrot e boulangerie. I khmer rossi che le hanno tolto il pane di bocca. I vietnamiti che ne rimpiangono l’aroma, dopo averlo avversato a colpi di scodelle di riso. Dimenticare quello che si è stati è la tortura peggiore, quando senti che la storia ti scorre accanto. Fra le pietre preziose di Pailin, sulle colline ovattate, lungo le torbide acque del fiume Sangker. La sue case nobilmente decrepite e le sue vie sporche di terra continuano ad essere considerate un avamposto. Una base per guardare al di là. Nessuno l’ha informata che i profughi non l’hanno mai tradita. Giacciono tutti dietro l’angolo, montagne d’ossa neppur graziate da una pallottola. Finite a bastonate, vomitate negli orridi, soffocate da uno stupa pesante come un mattone sul cranio. Se solo i suoi cittadini imparassero a parlare ad alta voce! Forse si renderebbe conto che in centro girano anche quanti non l’hanno mai dimenticata, benché riconoscerli sia difficile. Molto difficile. Quasi come pensare ad un vecchietto che sfalcia il suo giardino, con la stessa abilità con cui mieteva vite umane.

02.08.07, h. 12.36 – Tuol Sleng, ritorno a scuola

Fruscii di palme. Cancelli che cigolano. L’eco dei passi sulle scalinate inghiottite nel grigio. E poi quel cartello: “divieto di ridere”. Il vecchio liceo della capitale non ha perso il vizio d’impartire ordini, ma nulla può contro gli spettri che vagano per le sue aule abbandonate. Ha messo tutti in riga sui pannelli della vergogna, quasi volesse ricordare ciascun volto passato di qui; sviscera con meticolosa cura l’eclisse della ragione; fa retorica della povera Bophana e sfoglia i registri per raccogliere lo sdegno in bella calligrafia. Non prova vergogna nel mostrare i corpi carbonizzati sulle reti delle torture; scruta negli anfratti soffocanti delle cellette sporche di sangue. Martella nella mente: vedere, conoscere, capire. Chi entra a Tuol Sleng ha l’obbligo d’ingoiare la disperazione e digerirla il prima possibile. Guai a metabolizzare troppo il suo peso. La pietà spaventa più della forca. Non c’è posto per emozioni sottaciute. Per l’intimità del proprio dolore. Tutto dev’essere ricondotto al giudizio del noi. Perché l’Uomo ritrovi se stesso, non l’inezia passeggera dell’individuo.

Non c’è niente a fare: scuola, carcere e museo sono tutti figli della stessa madre.

03.08.07, h. 20.39 – Phnom Pehn, al riparo da un tifone

Ovunque ci si voglia spingere, aggirare Tuol Sleng è impossibile. Oltre la scuola che pretese a tal punto disciplina, da fagocitare studenti e professori prima, prigionieri ed aguzzini poi, rimane solo il vuoto della forma. Per quanto Phnom Pehn cerchi infatti d’imbellettarsi coi fasti di un re dalla doppia faccia, o – ancor peggio – con pagode e wat che si fingono venerandi per far pesare una saggezza ormai decisamente insipida, il suo cuore batte fuori dal proprio corpo. Là, nelle fosse fangose di Choeung Ek, dove di tanto in tanto riemergono lembi di memoria e frammenti d’ossa, teschi che ti fissano senza ragione, forse perché increduli di fronte al miracolo della vita che ritorna: essere o non essere, questo è il problema. Oggi come ieri. Il suo cuore di tenebra è uscito allo scoperto, lo ritrovi persino nell’insegna di un locale che fa il verso all’orrore, danza sulle sue spoglie col beato passo di un’apsara ribelle.

Basta regole. Basta leggi. Meglio essere inventori di sé, che pedine di governi incapaci di ammettere da dove vengono. Anche qualora smembrare e ricomporre il proprio corpo finisca per essere niente più che un tirare a campare. Sotto i ponti del Tonlé Sap, o fra le ironiche aiuole del monumento all’Indipendenza: un’enorme ananas che, a ben guardare, è solo un nugulo di serpenti. Proprio come il paradiso promesso da Pol Pot. Luogo che non ha luogo. Insanabile disgiunzione di anima e corpo.

05.08.07, h. 17.56 - Ho Chi Mihn City, riflessi di una vetrina

Occhi aperti! Il traffico di Saigon è un nemico ancor più spietato di uno yankee a corto di hamburger. Non guarda in faccia a nessuno. Ti strapazza coi clacson, ti acceca coi neon, affumica le medaglie bolse degli eroi e insidia i loro musei con negozi all’ultimo grido. Non ha bisogno degli slogan ridondanti che imbrattano i muri ad ogni angolo. Si fida solo del proprio fiuto. Esattamente come una bitchbiker che sbuca alle spalle nella notte. Avanti! Avanti! O si conclude, o si va! Non è più tempo delle stanche code che si allungavano davanti ai magazzini statali del riso. Questa è l’epoca-istante del Dao Moi, del dammi prima che sia troppo tardi. Gli scheletri degli elicotteri in mostra spaventano ancora troppo. I tragici scherzi dell’agente arancio parlano di una bruttezza che è già dietro l’angolo. Finché lo zio Ho se ne sta seduto a coccolare i suoi piccoli davanti all’hotel de la Ville, conviene scorrazzare come matti da una vetrina all’altra. In fondo, mettere l’orrore in mostra aiuta a distogliere l’attenzione da dove si genera. Finché il poliziotto rosso si bea del suo cubo altezzoso nel caos delle discoteche, meglio scatenarsi in balli inconsulti. Chi lo sa che accadrà domani? Un nuovo carroarmato potrebbe scoppiare l’ultimo colpo sul Palazzo della Riunificazione e fare cenere di un mondo che già si pensava nelle mani del dollaro. E allora chiudi gli occhi e vai! Nessuna striscia pedonale è mai sicura e sbiadisce inevitabilmente come i capelli del Partito.

06.08.07, h. 20.43 – Tay Nihn/Cu Chin, nel regno dei topi

Alcuni sono gialli. Altri blu. Ci sono pure i rossi e i bianchi. Tutti in fila, ordinati e dediziosi. Lasciano sbirciare nel loro tempio dove l’occhio divino comunque scruta, ma mantengono sempre una velata distanza di sicurezza. Ben venga l’ecumenismo: ci siamo comunque noi e ci siete voi.

Troppo intenti a dare spettacolo, i caodaoisti si sono dimenticati dell’affresco dei loro tre saggi: quei Sun Yatsen, Nguyen Binh Khiem e Victor Hugò che nella fantasia del mistico Ngo MinhChiu si ritrovarono a firmare la Terza Alleanza fra l’Uomo e Dio, ignari delle proprie radici.

Forse fa comodo così. Squittiscono in attesa del formaggio cui dare l’assalto.

Proprio come i vietcong, rintanati nei cunicoli di Cu Chin. Ben venga il socialismo: ci siamo comunque noi e ci siete voi. Invisibili e dappertutto, continuano ad esser custodi di segreti sotterranei che trapelano solo fumi fugaci e danno in pasto fucili giocattolo. Là dove pensavamo di aver scavato un punto fermo, loro sguisciano fuori e dentro. Là dove eravamo convinti di poter allungare di nuovo il passo, il terreno non regge il peso della nostra moneta. I crateri dei B52 sono per loro buchi di un groviera dove zampettare in su e in giù. E la ghiottoneria dell’astuzia orientale siamo di nuovo noi. I predatori che non hanno capito ancora di esser tornati prede.

08.08.07, h. 14.12 – Mui Ne, impigliato in una rete

Eccolo, il mare! Azzurro occhieggiare di palme impertinenti. Fuga infinita di sabbie bruciate, su cui strisciano e sbuffano invisibili draghi sopiti nel vento. A Mui Né si respira, finalmente. Si segue l’onda. La si cavalca roteando ebbri in ceste di vimini, cappelli capovolti e rapiti chissà dove.

Qui l’argento non è il luccichio delle reti spiegate, ma il sorriso del forestiero al levar della mano. Pare un curioso pesce tropicale, inspiegabilmente finito in secca. Invece è un uomo. Anche lui. Per quanto lungo possa essere. Qualunque sia il colore delle alghe che porta in testa. Meraviglia toccarlo! Spasso per i piccoli e scoglio per i grandi, è irresistibile tabù. E’ qui. E’ là. Risale la fonte delle fate facedosi piccino piccino. Torna sulle proprie orme, eppure ha piedi che esorbitano il ritratto del tempo. L’hanno visto sospirare. Altri dicono boccheggi. Oh mare, mare! Prima la gioia, ora la malinconia. Se solo avesse parlato..e invece nient’altro che un bacio, schiocco di labbra posatesi su un granello in fuga. Addio. Arrivederci. Si spalancano le bocche, il vecchio risponde da profeta: serrando la sua.

09.08.07, h. 13.59 – ponte del voyeur, Hoi An

Prima la strada. Poi la panchina. Infine il ponte. Per sconfiggere la claustrofobia di Hoi an occorre spingersi sempre più a margine, trovare un angolazione che non si chiuda nella necessità dello scambio, così come nell’appartenenza ad una congregazione, ma riveli piuttosto una via di fuga nel dedalo dei suoi vicoli ammiccanti. Bisogna liberare le orecchie dai continui richiami lanciati dalle botteghe dei sarti o dai risciò a terra, dai mercati brulicanti e dalle famiglie in cerca di nuovi adepti, pronti a ripetere lo stesso invito nell’unica lingua che vieta l’estraneità: “buy something!”.

Vendere e comprare è categorico qui. Avere le mani in pasta significa preservarsi da rivalse tanto distruttive, d’aver ridotto ad un cumulo di torri cadenti l’impero dei Cham, le cui spoglie senza testa e senza arti inquietano le foreste appena alle spalle della città. Perché se i giapponesi hanno il loro ponte di legno a prova di terremoti, i cinesi vantano porte laccate dietro cui inventare il prossimo desiderio che sconfigga la sazietà del bisogno; se i portoghesi possono contare su moschetti d’ineguagliabile precisione, i vietnamiti sorridono perché non c’è altro porto dove il mondo intero riesca a darsi appuntamento. Tutti impegnati a far apparire il proprio superiore all’altrui, indispensabile complemento di una vita cui non è concessa distrazione.

Si lavora meticolosamente per deformare l’immagine della realtà, senza accorgersi che spacciare Hoi An per un intonso borgo del XVI secolo finisce per creare aspettative che nessuno spettacolo in costume può soddisfare. Tanto da evocare il temuto spettro dell’inflazione, che non concede ritagli alle brutture e istantanee alla vita che divora le stoffe. Stare a lato non basta: finisce per attirare sguardi concupiscenti e trasforma nell’ennesima bancarella dalla mercanzia bizzarra. Solo a cavallo di un ponte, dove la vertigine mette in gioco il sé, è davvero possibile riconoscere un mondo che sta al di là dell’intuito di Mandarino Tan.

12.08.07, h. 17.47 – sullo zerbino degli eunuchi, Hué

Espugnare Hué costa sempre lacrime e sudore. Hanno faticato i francesi, nonostante le truppe dell’imperatore si difendessero con fucili più innocui di frecce a salve; hanno sputato sangue gli americani, rossi di vergogna per l’offensiva del Tet. Il problema è che la vecchia capitale vietnamita resta comunque lontana, interdetta a chi non può vantarne i nobili natali. Gli echi del suo Oriente così sfarzoso, delle sue carrozze intarsiate d’oro e dei suoi palazzi incastonati di giada ci giungono alle orecchie come suadenti esotismi, da cui però siamo appena sfiorati. Ancora ancora possiamo immaginare l’alterigia dei colonialisti che pesta i suoi tacchi sui parquet laccati; proviamo quasi solidarietà per i cannoni protesi di un tank arrischiatosi sotto le mura della città proibita, ma davanti alle tombe di certi Nguyen e Mna Mnihn balbettiamo impacciati nomi e riti che non ci appartengono. Siamo impotenti come i mandarini pietrificati in linea agli ingressi dei sepolcri imperiali, in attesa di una parola che ridarà loro il sangue nelle vene. A noi, tutt’al più, è concesso fantasticare d’intrighi cortigiani e peccati consumati all’ombra delle lanterne, popolino che si conforta nella ridondanza dei proverbi e nella rassicurante certezza che tutto il mondo è paese.

Nulla di più errato di fronte ad una corte che continua a cibarsi di flauti incantatori e draghi gravidi, aristocraticamente orgogliosa dei suoi codici criptici. Guardare e non toccare! Ai proletari delle biciclette, che avanzano ingabbiati dal monotono passo del pedale, la corte risponde con gli eccitanti barcollii delle portantine solcate dai parasole. Ma nascondersi alla luce non li aiuterà a spingersi oltre il vuoto titolo di cui si fregiano.

13.08.07, h. 14.56 – parco per esercitazioni di Tai Chi, Hanoi

Inossidabili Vietcong! Come potevano pretendere di piegare la loro resistenza, quando persino un ottantenne si asserpenta come un drago all’alba, mentre fende l’aria umida dei reumatismi? Con che smisurata tracotanza si è combattutto il loro comunismo, se le fila al mausoleo di Ho Chi Mihn sono più ordinate di un reggimento di formiche all’assalto? Non si fermano mai. Abbassano le serrande la notte, ma fanno la guardia alla porta. Dedicano musei alle proprie etnie, così come razionano ogni singolo chicco di riso. Dividono i quartieri per generi, anziché per gusto. Ordinano, classificano, appuntano. Non lasciano nulla al caso, eppure confondono sgommando a destra e a manca attorno al lago Hoan Kiem, dove nascondono il loro più temibile segreto. Il caos di Hanoi è solo fumo negli occhi, l’ennesima astuta tattica per spiazzare il forestiero e sorprenderlo sotto abiti civili. Usano elmetti come caschi. Gli ao dai si chiudono severi come divise. Danno spettacolo, ma hanno il manganello dietro le spalle, proprio come le marionette d’acqua, che si azzuffanno col sorriso stampato sulle maschere. C’è una rigidità sottaciuta nel loro porsi, che solo l’orgoglio tradisce: spacciano per un loto di marmo il sacro talamo dello Zio Ho, ma non è niente più che una piramide di cubi. Lustrano di rosso i ponticelli sulle ninfee, ma non si fermano a contemplarli. Onorano l’antica scuola dei mandarini, rintuzzando i tetti di bambù e spolverando le pareti di sandalo, ma non rinunciano ai loro dialetti. L’adagio è sempre lo stesso: ossequia, copia e riadatta.

15.08.07, h. 16.43 – sotto un masso pendente di Tam Coc

Ritirata tattica. Scivolare nelle strette valli di Tam Coc, dove le montagne si arrotondano in una sequenza spudorata di seni rigonfi, ha un po’ il sapore di un diversivo codardo. Fra buoi al pascolo e barche arenate nella melma delle paludi, la terra sembra incapace di ferire. Tutto è smussato. Il colpo d’occhio indugia. Si accarezzano i profili con un lento detour erotico, cercando varchi in cui penetrare e solleticando le memorie di un passato sovrano che se ne sta accoccolato nei giardini di banani, senza dire una parola. Scomoda sentenza che la corte canuta di Hoa Lu era sempre pronta a pronunciare, nel caso gli eredi reali fossero tentati dalla scappatoia del fratricidio. Verrebbe dunque voglia di deporre le armi e abbandonarsi al placido incedere delle canoe, lungo i lubrici percorsi che dischiudono grotte oscure profonde centinaia di metri. Probabilmente è la stessa sensazione che, mille anni or sono, finì per insinuarsi nel cuore marziale delle truppe cinesi, giunte per punire un popolo lontano ed incomprensibile. Invece trovarono l’invitante corpo di una natura in età fertile, pronta stupire nell’esuberanza della sua procacità.

Eccoli ancora ai suoi piedi, lì a guardare vogliosi guglie dorate di pagode simili a capezzoli eccitati; eccoli resistere a fatica ai fremiti pubici delle foreste lussuriose. Se solo prendessero coraggio. Basterebbe appoggiare un dito per far collassare quegli enormi massi in equilibrio precario, che tutti vedono per quello che non sono. Tranne lui: l’imperatore Ly Thai To.

17.08.07, h. 16.35 – dondolo arrugginito sulla valle di Sapa

La lunga marcia è finita. Di fronte all’ostinatezza degli H’mong dalle dita blu e degli Dsao dai copricapo rossi, non rimane che asserragliarsi dietro le pareti lignee dell’hotel Sapa Summit. Occorre sedersi ad un tavolo di discussione e trovare un compromesso, perché più in là della cascata di Tac Bac, o dei villaggi rurali di Cat Cat e Tha Phin, è impossibile spingersi; se non a costo di ritrovarsi sommersi da montagne di borsette multicolori, copricuscini e gioielli d’argento, che si accumulano gli un su gli altri sino a superare i 3.143 metri del sacro Fansipan. Non cedono un centimetro del loro territorio, perché a nord li aspetta solo la furia mercantile dei cinesi, mentre a valle il riso dei vietnamiti. Allora i metodi tradizionali sono sempre i migliori: slash&burn, abbatti e brucia. Ora che gli alberi hanno ceduto il posto alle terrazze, l’ultima risorsa per sopravvivere sono proprio i forestieri delle piane, che vanno ammansiti per gradi, per livelli, proprio con la stessa paziente cocciutaggine con cui si scolpiscono i fianchi delle montagne. Con loro non servono pezzi di carta: non sanno né leggere, né scrivere. Bisogna arzigogolare nel baratto, adattandosi alle improvvise vie di fuga che rivelano i disegni geometrici dei loro ricami. Tassello su tassello, solo così è possibile ricomporre il mosaico delle 54 etnie per le quali non esiste “il” Vietnam, ma una sequenza di recinti che si susseguono dai rilievi del Tonchino agli altopiani dell’Annam, sino alle sette code di drago che spuntano dalla Cocincina.

19.08.07, h. 22.56 – sul pontile di una giunca fantasma (Halong Bay)

Agli addii non ci si rassegna mai. L’immagine di quella simpatica coniglietta australiana che saluta dalla giunca opposta è molto più che una nostalgia per i tramonti di Mui Né. E’ il volto stesso di un viaggio giunto all’ultimo bivio, nel quale i sensi di marcia sono tornati a descrivere la geografia del territorio, anziché quella della fantasia. Se le gole di Halong Bay si chiudono sotto l’incombente minaccia del mitico drago Tarasco, costretto ad aprirsi varchi nel golfo del Tonchino dopo esser stato disturbato dal suo sonno millenario, le grotte della baia digrignano le proprie stalagmiti, memori della lezione di Tran Hung Dao: l’eroico generale che bloccò la calata dei mongoli con la forza dei pali di bambù nascosti a pelo d’acqua. Sopra le placide onde di quest’angolo di paradiso cala dunque la nebbia dell’oblio, il manto umido del tempo che sbiadisce i colori della passione e ovatta le voci delle sirene. Ma non ci lasceremo rapire dalla nostra giunca fantasma: l’ebbrezza del tuffo è troppo invitante per rinunciare all’abbraccio di un desiderio cinto dalla danza luminescente delle lucciole d’acqua. Lasciateci ai nostri fantasmi, prima che faccia luce…

Epilogo: l'Oriente Estremo

22.08.07, h. 17.23 – alle porte di Dachau

..chilometri calpestati con lo sguardo inevitabilmente in là. Giorni spesi come condannati alla forca, assetati di sapere, smaniosi di far nostro, prima che tutto finisca. Abbiamo raggiunto gli estremi d’Asia, abbiamo scrutato impudicamente nel suo cuore oscuro e violato la sua ingenuità. Abbiamo posseduto terre straniere con la forza della nostra moneta, dischiudendo porte serrate dal silenzio dei secoli, razziando memorie che balbettano mezze verità. Ancor prima di essere invitati, noi vogliamo. Vogliamo vedere. Toccare. Assaporare. Vogliamo provare ed esser cio' che per natura non siamo. Ma di tutti i sensi, l’ascolto è quanto più ci difetta. Ci manca la pazienza di sederci in riva al fiume e attendere l’occasione cui saremo chiamati.

Dobbiamo agire, fare, dobbiamo muoverci in su e in giù, per giocare il tempo d’anticipo e battere una strada che sia innanzitutto nostra. La brama del possesso, il privilegio dell’esclusività e l’accecamento della meraviglia a tutti i costi, ci condannano alla dissonanza nel pentagramma dell’essere.

Siamo immancabilmente troppo in alto o troppo in basso. Note nomadi, pronte ad urlare sempre e solo la nostra presenza. Soffriamo di labirintite, ma non ammettiamo alcun difetto. Tutt’al più lo chiamiamo vertigine. Piacere della caduta che crede di sapere dove stia il fondo, eppur ignora il luogo e il momento in cui il passo si è staccato da terra.

Ci crediamo figli del Cielo, perchè il corpo ci pesa, la materia ci impaccia; non tolleriamo ripiegamenti e ci terrorizza la contrazione nelle rughe dell’io che
si fa sè. Abituati a trattenere il fiato, non siamo più capaci di respirare al ritmo delle onde, nè riusciamo a piegarci al vento delle stagioni come umili fili d’erba.

Abbiamo fretta di vedere cosa sta oltre il giorno che muore, perchè siamo anime d’Occidente; non abbiamo tempo per pensare, perchè avvertiamo l’alito della notte alla nostre spalle. Non è chiudendo gli occhi che scamperemo tuttavia ai nostri incubi.

Dobbiamo imparare ad abitare la cecità, per riconoscere il punto in cui la luce sorge. Lo chiameremo Oriente, Utopia o Paradiso, ma qualunque sia il suo nome, ne diveremmo cittadini solo quando sentiremo affiorare lacrime di compassione per la scomparsa di chi mai abbiamo conosciuto. Perchè lo scheletro rivelato dal nuovo giorno non sarà altro che la parte di noi cui non abbiamo saputo prestare orecchio.

Se l’Oriente è davvero estremo, lo è perchè ci parla del limite che non possiamo trascendere: un limite di fronte al quale si traccia la sottile distanza fra il saggio e lo stolto. Fra l’eroe e la vittima. Lo spazio del sì, che si apre infine all’egoismo del no.


venerdì 1 settembre 2006

TRANSINDIANA 2006/3



FORTUNA E GLORIA...SHORTY...FORTUNA E GLORIA!

Incredible India! E sì, mai slogan promozionale ha colto più nel segno: l’India d’oggi è tutto quanto uno non si aspetta. L’immacolata lacrima del Taj Mahal, le note di sitar che ondeggiano sulle ceneri del Gange, il dolce profumo del loto dischiuso nel barrire mattutino degli elefanti, il sapore esotico del curry sulla pelle di viziose apsara: deja vu, cartoline di un terra miraggio che si pensa di conoscere da almeno sette cicli karmici, eppur capace di spiazzare meglio di una contorsione tantrica, impudicamente scolpita sui templi di Khajuraho. Si avviluppa su se stessa, intreccia miriadi e miriadi di corpi, sino a dar vita all’ennesima divinità tentacolare. Ma quale mai sarà la via da seguire?

Un braccio indica le vette himalayane disegnate dall’irrequieto Roerich, quelle che stanno sempre al di là dell’occhio, lo Shangri La ignoto persino ai ciarlatani di Varanasi; un altro allude alle piramidi variopinte del Tamil Nadu, dove gli dei fanno perdere il conto sostenendosi di gradino in gradino, nell’infinito mantra della ripetizione. E ancora, un dito punta sicuro verso le palme del Kerala, sotto le quali sinuosi massaggi dischiudono l’estasi ayurvedica, o addirittura alle incisioni rupestri del Madhya Pradesh, così arcane da far apparire la calata degli Ariani un comodo sipario sui baratri del sapere.

Semplicemente l’India cercata è quella che mai si trova, aleggia nell’aria, va fiutata lungo le olezzose scie della cardinalità nomade. Ed è forse per questo suo non rassegnarsi al soma perduto che la terra dei marahaja ha sempre troppa fame, troppa voglia di toccare l’interdetto. Oggi ancor più di ieri. Persino le ciotole di riso non bastano più, perché quando si assaporano le grasse delizie dell’Occidente, tutto il resto inizia a diventare indigesto. Anzi, non si guarda più in faccia a niente e a nessuno: né alle leggi di mercato, che vorrebbero domare le nuove tigri del Bengala, né tanto meno al dollaro in bermuda, che svolazza tutto gaio fra fogne a cielo aperto e baraccopoli di fortuna.

Eccolo qui il sogno finalmente a portata di mano! Meglio ghermirlo subito, piuttosto che vagabondare per strada, barcamenandosi fra i corpi di qualche vecchio storpio raggomitolato sul marciapiede; meglio spendere un sorriso con i pochi denti rimasti, per non sentirli di nuovo sbattere alle spalle, sotto i morsi di un digiuno colpevolizzante. Forse le scritte sulle banconote non sono chiare quanto i preziosismi sanscriti delle rupie, ma lo slogan dello zio Sam suona sempre lo stesso: “voglio te!”.

E allora giù dal risciò cigolante, che intralcia solo il cammino per il successo; al diavolo le api Piaggio, buone solo per martellare il clacson e chiamare tutti alla sveglia. Non è più tempo per restare sdraiati nelle pozzanghere, attenendo la morte con gli occhi stralunati. Non basta più offrire biscotti alla statua del buon Ganesh. Ci sono treni pronti a partire per la Bangalore dei microchip, così come per la Bombay dei sari evanescenti.

Non importa la via. Ad ognuno la sua, purché solo non si travalichino i sacri confini di casta: a tutto c’è un limite. Come se, alla fine, non ci si ritroverà a galleggiare verso la foce del Nirvana, svanendo piano piano nei vapori di un monsone subdolamente accecato. Incredibile India: una volta ancora, sfuggi…

giovedì 31 agosto 2006

TRANSINDIANA 2006/2



A proposito di amore e Russia (sull’Ilyuschin per Mosca)

- ritorno alla prima pagina -



Occhi alle pareti adagiati

che il passo interrogano

e un fugace sogno lambiscono.



Occhi al passo rubati,

che in un sorriso la primavera invitano

e di sospiri tramontano.



Occhi che più non sorridono

a fianco delle vuota porta

oltre la quale non è più casa



Sono tutti occhi azzurri

Liquida memoria di placenta

in cui il mio cordone ancor si culla e non si stacca.



Come madre, anelante e premurosa,

sul cammino mio tu vegli

oh amata Russia.

TRANSINDIANA 2006/1



SMOTTAMENTI DI UN MANCATO YOGI

"O hidden life, vibrant in every atom! O hidden light, shining in every creature! O hidden love, embracing all in oneness! May all who feel themselves as one with thee, know they are therefore one with every other” (Annie Besant)


03.08.06, h. 21.59 – due metri sopra il cesso, treno Agra-Varanasi.

Agra tiene fede al suo nome. E’ più acre che dolce. Per assaporarne lo spirito che fu occorre uno sforzo estatico, o forse un salubre conato, che ci rigetti lontano dai suoi esofagi pedanti, dalla nouvelle cousine del Taj Mahal, esattamente come dal suo tronfio forte arrostito in vino rosso. Scorie indigeste di un piatto già gustato troppe volte.

Tutta colpa della sua esotica bellezza, che fa prigionieri del deja vu, instillando l’inquietante dubbio di esser stati qui in un tempo lontano e dimenticato: è una sorta di maledizione che avvelena questa “lacrima piovuta sul volto dell’eternità”, come arguì il buon Tagore. Non si spiegherebbe altrimenti l’ambiguità del fastoso palazzo di Shan Jahan, trasformatosi in dorata cella per otto anni, allorché il figlio Aurangzeb prese il potere nel 1658.

Agra è allora e soprattutto il paradosso dell’India intera: invita ad uscire nel dentro, a travalicare un limite chiuso su se stesso. Perché solo nell’ansa delle mangrovie, oltre la calca urbana, rivive il dolore dal quale venne attanagliato l’inconsolabile Mogul prigioniero, nel lutto di una sposa onorata ben 14 volte. Non una parola, non una preghiera: solo la distaccata contemplazione di quella tomba che si crede bianca come il riscatto. Quale elefantiaco errore!

Nel celebrare la via al cielo, ghermito a terra dagli specchi delle fontane, neppure ci si accorge della disperata cerca del pescatore, che riempie di lacrime il fiume Yamuna perché la moneta della città gli ha rifiutato il pane quotidiano.

A nulla servono infatti i ghirigori di ametista e turchese: il pallore del marmo è più inscalfibile del rigor mortis. Bisogna patteggiare con la sporcizia per capire da dove si viene e per vestire i corpi della familiarità del tempo. Solo allora potremo alzare le spalle alla nostalgia di un desiderio mancato e gridare senza tema: India! India! India! Ci siamo stati tutti…

05.08.06, h. 4.37 – su un risciò in affanno, Varanasi.

Api Piaggio per strada, vacche sui marciapiedi, scimmie nei templi. Più che una sacra culla di pellegrinaggio, Varanasi pare un bestiario a cielo aperto, nel quale ogni classificazione riesce però impossibile. Non si dà alcun regno di Dio e neppure della bestia, bensì un ibrido che tende agli estremi attraverso l’esasperazione della libertà di culto. Ognuno è in cerca della propria via, sicché i vicoli della città sono diventati intrecci più fini dei sari colorati, lungo i quali togliersi le scarpe per onorare una testa di elefante equivale a far pipì su una roccia, che poi si scopre essere un test per sondare la capacità dello yogi di raggiungere lo stato del samadhi. Fortuna che il Gange, nel suo grigiore teoretico, si porta via tutto, come una grande fogna che ripulisce dagli escrementi delle strade e dalle feci del peccato: è un fiume che non respira, ma non certo perché dedito alle pratiche del pranayama; semplicemente trattiene il fiato sino a diventare cianotico, dovendo sorbirsi cadaveri galleggianti graziati dal morso di Shiva o ceneri di vite andate in fumo sui ghat ricostruiti. Ecco il grande paradosso hindù: lasciarsi alle spalle le scorie del passato senza preoccuparsi della loro biodegradabilità; ci si affida al ciclo delle reincarnazioni come ad una spazzatrice del governo, nell’illusione che un voto possa cancellare l’indelebile. Ma non c’è nulla da fare: sia che si accendano torce nella notte danzando su flutti arancioni, sia che ci si affidi alla mano salvifica dello straniero, le acque della metempsicosi restituiscono sempre quanto non è gradito.

07.08.06, h. 15.47 - al posto di un’apsara, Khajuraho

Sino all’ultima rupia. Sarà la presenza di corpi nudi ed esposti, sarà il gusto manierista del tantrico, o la preziosità del sito – insofferente alle autostrade del turismo – ma Kahjuraho resta in odore di prostituzione. Nulla a che vedere con il finto sdegno degli ufficiali vittoriani, che qui arrossirono nel 1838: il sesso in vetrina è pur sempre sterilizzato. Ma quando le sue provocazioni si celano per strada, parlando la lingua dell’ospitalità, allora viene il momento di chiedersi se non sia forse il caso d’infilarsi un paio di mutande di ghisa: quando il desiderio si fa pietra, imprigionato dai pur agili scalpelli Chandela, è difficile non immaginare quanto duro possa essere il tributo alla fiducia nostrana. Siamo tutti un po’ apsara nelle terre dell’altrove: danzatrici rapite dalla poesia dell’abbandono e, al contempo, prede di appetiti malcelati. Desiderosi di credere nel potere soteriologico dell’arte, ma irrimediabilmente condannati al baratto della parola. Non c’è da stupirsi se l’armonia del richiamo sia stata qui infranta dalla disseminazione, che ha schizzato gocce di vita ai quattro angoli della città, lasciando 25 orme di un balletto ben più complesso. Perduta è la lezione del maithuna: l’unione mistica tanto sbandierata sui templi porta solo all’eccesso di sé, dimentica della ritenzione che regala a Shiva e Çakti lo stesso sorriso, in costante tensione verso l’orgasmo nullificante. Meglio che la progenie d’oggi vada a spegnere i propri bollori borghesi sotto le cascate di Raneh: appena 30 chilometri dal luogo del misfatto, ma anni luce lontane dalla corruzione di un nobile seme.

10.08.06, h. 19.21 – sulla branda del degente, Sanchi-Bimbetka

Giù la testa. Agli stupa di Sanchi si accede solo da penitenti, dopo aver bruciato di febbre gialla, deposto l’orgoglio del conquistatore e con le tasche completamente vuote. Ashoka lo pretende, affinché oggi si ripercorrano i suoi stessi passi, si apprezzi col cuore in mano il frutto della sua dedizione da killer rammollito, ma non abbastanza da rinunciare al piacere insano dell’ordinanza, ripetuta dal Gajurat al Karnatka con un proselitismo sin troppo saccente. Come aspettarsi altro, quando si è figli di quella stessa coercizione bellica che riaffiora in un profluvio sedentario di mattoni, archi e ruote del Dharma?

Qui sta il peccato dei seguaci di Buddha: usano le pietre come parole, convinti di toccare le lacrime del dolore, mentre non fanno altro che erigere chiese sempre più sorde. A che serve leggere parabole ed interrogativi scolpiti più di 2.500 anni fa, quando si è analfabeti di fronte all’oggi? Perché girare attorno alle 4 porte del Samsara su una collina senz’occhi, quando è la polvere del cammino che disegna la via?

Non pago, il vecchio sovrano spedì persino il figlio dallo sguardo ceruleo alle piantagioni del vizio delle cinque. Ma come i monasteri tradiscono il pagano autocompiacimento del fedele, così il verbo straniero parla solo con le labbra: a Kunala venne cavata la sua cerulea bellezza per ordine della passione offesa, Sanchi fu dimenticata alla stregua di un capo demodé.

E’ il destino delle monadi, senza accessi e finestre: impermeabili all’altro, metastasi del sé, sono le tombe della fiamma prometeica e scompaiono piano piano nel proprio egoismo. Eppure non c’è “Grande Veicolo” che tenga. I conti si fanno sempre con se stessi, anche se la soluzione sta sotto il naso. Bastino i petroglifi di Bimbetka: vacche bianche al pascolo, cacciatori dagli archi di fuoco, immagini vecchie di diecimila anni, ma sagge quanto il nomade irrequieto. Perché la discesa nel ventre della terra partorisce sempre e solo la stessa verità: chi si ferma è perduto.

13.08.06, h. 11.59 – un gargouille di troppo, Ellora

E’ distante. Troppo distante. Ma non diamo la colpa a qualche premuroso pendolare, che nel consigliare il mezzo migliore per accedere ad Ellora, ti condanna al forte fagocitato di Aurangabad. Il malinteso è germinato secoli fa negli herpes delle lingue, che qui hanno onorato in modo promiscuo dei Hindù, mignoli di Buddha e peni di Jain. Ma la tolleranza è sempre figlia di Babilonia e, che siano una o trentaquattro, le cave dei monaci non ripetono altro se non l’incomprensibile. E’ vero, cercano di parlare per immagini e teste di bue, alludono per simboli ed Om, donano otto braccia a Vishnu e allungano i lobi al Mahatma, sino a rigettare le vesti dell’ambiguo nel nudo più impudico, ma la loro verità è ancora altro. O forse altrove. Di certo non in questo mondo, che ne disegna infiniti altri nella malleabilità del granito, benché il granito resti al di là di ogni possibile forma e ben oltre duecentomila tonnellate di detriti, rimossi nel tentativo di ricreare la casa di Shiva attraverso il tempio di Kailasa. Cocciuto, se ne infischia della sabbia delle clessidre ed è incapace di adeguarsi ai cambi di stagione.
Ellora non va svenduta come collezione d’eremi, perché qui alberga l’ancestrale mistero del cavo, dimentico della rassicurante tattilità della superficie, pronto a calare in un abisso senza suoni e senza colori, nel buio di un vuoto che risucchia verso l’imponderabile. Sarà per questo che chi ne ha toccato il fondo, è poi riemerso con in bocca una parola che vale ogni senso: Shamballah!

15.08.06, h. 16.01 – in attesa di una carrozza Telugu, Hampi

I morti vanno lasciati in pace, per essere ricordati. Ma ad Hampi pare proprio che la gente si diverta a danzare sui cadaveri di un impero, a posare accanto alle sue membra perfettamente conservate, ma ormai incapaci di scalciare l’invasore della valle accanto.
A furia di commerciare cumino e peperoncini verdi, la vecchia Vjayanagar si è disidratata sino all’aridità spirituale, lasciando i suoi templi preda di mercanti di fiori ed assonnati perdigiorno. Ma quando la notte e i monsoni portano refrigerio, ecco che le vene della capitale si gonfiano insieme alle sue rapide: via tutti! Battono i piedi le strade lastricate, urlano le colonne logorroiche: che qui si aggiri solo chi del sacro è degno! Un cobra di Krishna o un coccodrillo votivo, fa lo stesso. Sono loro i veri abitanti della città, quelli che si sorprendono di ritrovarsi scolpiti sulle lapidi degli estinti e che custodiscono i più intimi segreti della polvere.
Ma in fondo, di che preoccuparsi? Guardate la carrozza di Gamda: fa salire chiunque, eppur non muove più un passo. Forse perché ha raggiunto muta e silenziosa il sadhami tanto anelato dagli yogin: indifferente al mondo, posa senza scomporsi, è lì e altrove, si mostra ma non c’è più. Hampi è il miraggio della gloria. Qualcosa che pensi di aver raggiunto, nel momento stesso in cui ti sfugge.

17.08.06, h. 13.53 - vasca delle lacrime solitarie, Badami

Uno, due, tre ed eccolo qui! Neppure il tempo di allungare il passo ed il passante della provvidenza è già in agguato, pronto a guidarti nelle gole di Badami, esattamente come nelle fauci di qualche succhia rupie a tre ruote. E’ umile, ma sceglie lui cosa farti vedere; ti lascia tempo, ma guarda l’orologio, perché già pensa a quanto le rovine delle sue genti possano fruttare al suo sfacelo.
Peccato che la stessa dedizione non sia spesa per liberare i torrioni Chalkya dalle spoglie dei parassiti qui riparatisi per secoli; e che rabbia non poter accedere ai talami della dolomia, per via di chi non vide più la luce in fondo ai suoi tunnel, ma solo la disperazione che affretta il Nirvana. Tutta colpa di quei monaci misantropi che passarono la vita a scavarsi la tomba, ad illudersi con epifanie rubate alla polvere dei loculi. Ieratica sino alla paralisi, eternamente sospesa su acque artificiali, Badami non uscirà mai dai suoi vicoli ciechi, sarà per sempre il muto sigillo del Deccan. Parla come il mantra che risuona fra i suoi lavatoi o la nenia che avvolge il mercato senza stranieri: brusio confuso di epoche remote, incapaci di ascoltarsi e dal sapore stantio. Spiega, ma non sa cosa dice. E’ vuota dentro, come se i suoi anfratti fossero in realtà cibo per tarli che hanno smarrito ogni via d’uscita, a causa della loro ingordigia. Si divora dall’interno, aspettando la liberazione promessa dai suoi Buddha: venir dimenticata.

22.08.06, h. 17.52 – panchina rosa, Kollam

Nell’ora del risveglio ayurvedico i cieli sbiadiscono rarefatti, liberano neri solchi nelle loro spirali alate e fissano sguardi pallidi su orizzonti senza pupille.
Nell’ora del verbo karmico i suoni si chiudono su se stessi e conoscono solo il sipario dell’ermetico, che ripete e ripete ancora: finalmente! Oh sì, ambigua parola che invocando la fine attesa, voluta e trovata, non accordi alcun termine, ma di esso fai lo specchio del desiderio. Perché a Kollam il cerchio si chiude seguendo il tondo profilo del lago Ashtamudi, pur celandosi al saggio mancato.
Non avendo trovato alcun ekagrata su cui fissare la costruzione del sé, non restano che immagini sconnesse di canali dove pazienti Parche intrecciano fili di cocco, muti intagliatori stendono tappeti cavi per sbirciare l’oltretomba e di traghettatori d’anime prigionieri delle proprie reti.
Le backwaters sono un intermondo invalicabile, dove il rito quotidiano si perpetua come un’allucinazione labirintica: qui la vita e la morte si guardano in faccia come il pescatore e il serpente lacustre, reciproci dispensatori di reincarnazioni fittizie. Se c’è una via per riaprire gli occhi dell’infante, questa è nelle mani stesse dell’uomo, capaci di sciogliere i limiti della forma, di animare il brivido primigenio, di ungere l’Eletto assopito sino al dischiudersi della sua nuova crisalide.

24.08.06, h. 17.43, in memoria di un rickshaw giallo, Chennai

Niente da fare. Seduce e non si dona. Chennai è la più femminea delle città indiane, già per il semplice fatto di vestire un nome non suo, celando l’anima di una locandiera in trepidante attesa per il ritorno dei marinai portoghesi.
Quante promesse strappa, quanti sogni evoca, ma alla fine Mme Blatavsky non abita più qui, né le danze Baharata Natyam sono sollazzo per il primo belloccio. Bisogna avvicinarsi poco per volta a questa falsa isterica, aspettare che secchi il suo pesante trucco monsonico, le cui spoglie riempiono i vicoli di sacchetti multicolore, e che si spengano le luci della ribalta dietro tendopoli da marciapiede.
Solo allora calerà la maschera di prima donna, che a ben altre Indie spetta, per lasciar affiorare la timidezza di un collegio rosa, pronto però a solcare il teatro del mondo; solo allora scioglierà il severo cipiglio dei teosofi in fuga, per aprire a chiunque i cancelli di un nuovo giardino del vero.
Quando s’incrociano i suoi occhi senza mascara, non c’è ritrosia che tenga: ogni tempio diviene il tuo tempio, perché in esso è il cosmo intero a reggersi di divinità in divinità; ogni ritiro è il tuo ritiro, perché non c’è fede più alta che per l’uomo capace di leggere il segreto di un amore…

lunedì 1 settembre 2003

TRANSMONGOLICA 2003




SCIE DI UN'OMBRA VOLUBILE

“Durch Staub und Wolkenspuren schleift der Mantel, der unsere Liebe deckte, das Riesenrad!”
(Ingeborg Bachmann)

Preludio: canto di delizia – Kultuk, tornante del belvedere, 10 Agosto 2003, h. 22.49

Sulle onde di madreperla, che addolciscono i flutti lacustri, può capitare di scorgere nelle notti di plenilunio la via per raggiungere i sogni astrali: a tratti pare candida più del latte, a tratti oscura quanto gli abissi della perdizione, ma sono solo raggi di una mente non più avvezza a voli serafici.
Nembi aureolati dischiudono universi misteriosi, ove il grido di battaglia degli stormi impazziti si stempera nel placido rollio delle foche abbandonate al gioco, mentre fronzute dita di larici e betulle salutano l’incauta danza delle anime perniciose.
Questo è il Baikal, signori miei, dai vetusti segreti e dalle sponde infinite: i suoi orizzonti dileguano nei bisbigli del vento, il suo olezzo è dolce fragranza liberata da tenero collo mai cinto da preziosi, poiché preziosi sono solo i verdi colli che si specchiano nei suoi seni, le sue rive paiono braccia protese alla dedizione di un’enigmatica dea dallo sguardo iridiscente…e allorché le labbra monteranno in tempesta per dispensarvi il bacio dell’eternità, saprete finalmente di aver ritrovato la vostra lena perduta…

Listvjanka, da un dirupo friabile; 5 Agosto 2003, h. 18.53

Si annodano desideri ai rami delle piante, senza accorgersi che nodi ancor più stretti si serrano alle nostre gole. Lo si fa utilizzando stracci o fazzoletti, lembi di una vita dilaniata dal desiderio di un’utopia, per la quale abbiamo versato ogni lacrima posseduta. Di gioia o di dolore, poco conta ormai: l’immensità del Baikal annichilisce il dramma dell’effimero, ne rende superflua la voce fuori dal coro, la rigetta sulle sponde dove gli amanti continueranno a scambiarsi invano un giuramento pallido come l’alba, o rosso come il tramonto. Non si danno vie di mezzo: è la condanna del controluce, che acceca più delle poesie di Esenin. Se non è concesso abitare le sgargianti ville dove il tintinnare del denaro si è sostituito ai suoni del violino, tanto vale riparare nelle timide dace protette dal candore delle betulle. A che serve stare su quella deplorevole soglia, che pur lasciando intravedere sgargianti insegne al neon, ciononostante condanna a palazzine dai piedi di fango? Meglio volgere le spalle al compromesso, come coloro che rimossero le tombe per far posto ai luna park: anche questa è vita, in fondo. Anche questa è la rigenerazione inscenata dal grande lago, ove ogni scoria è fagocitata, affinché sia restituita al cielo più sottile degli incensi che avvolgono la campagna nelle spire della fede. O forse nella morsa dell’alcool che, sorbito in compagnia, cela la vista di un bimbo vestito di unto e sozzume, riparatosi dalla domanda della compassione. Alziamo i calici come si alzano le braccia al cielo, urliamo più forte del sordo tramestio che ha accompagnato il battesimo dei Buriati, imprigionati in un affresco che solo la muffa del tempo riscatterà: la vita è la morte, la morte è la vita, una paziente risacca che, pur fuggendo, prima o poi ritorna…

Locanda di confine di ritorno da Arshan; 10 Agosto 2003, h. 19.37

Dove scalpitano i bradi? Quale stalla piangeranno, quando l’acida pioggia avrà stinto il loro fiero vello? Sedute ai margini della strada, le venditrici di funghi e patate hanno coscienza del tempo solo contando le vacche avvizzite che si incolonnano lungo la linea di carreggiata. Una, due, tre…se ne vanno senza speranza come gli anni della gioventù, come i camion carichi di provviste che non facevano mai ritorno ai loro sovkhoz, affinché potessero cibarsi del solo canto del progresso innalzato verso cieli senza più sole. I giri a vuoto dell’orologio hanno stancato, non giova attendere alla fermata dei bus, perché l’unica legge che non tradisce è il ricorrere delle stagioni, sempre uguali e mai in ritardo. Giungono senza proclami, non parlano di “Glasnost” e “Perestroijka”, il cui sinistro doppio senso si legge nella trasparenza dei corpi e nei trattori abbandonati alla ruggine: i loro frutti crescono a margine, nell’ombra, conservano l’ineguagliabile casualità della scoperta che trae in salvo, non somigliano a reggimenti in uniforme destinati alle imboscate di un nemico invisibile. A che servono i controlli di poliziotti che misurano il tasso d’ebbrezza, facendo spirare l’ultimo afflato in un cappellino pieno di buchi? Perché multare le auto che sono tornate a danzare fuori dalle righe? E’ inutile scimmiottare un passato dal muso duro, tradito dalla meschinità di chi non riconobbe in esso il sacrificio dell’egoismo, ma solo la minaccia dell’innovazione; inutile ridare vita a templi dai colori stridenti, che promettono solo parole e discendono dalla stessa radice che riempie l’aria d’allucinazioni: gli arcobaleni sono inimitabili, tanto nella loro vertiginosa salita, quanto nella loro inarrestabile caduta.

Buyan Tugad, picco del falco gentile; 13 Agosto 2003, h. 16.46

Comunque sia, viene il momento di dire basta. L’impervia vetta degli Sciamani non ha la sfacciataggine di santificare i suoi adepti, ma lascia dispiegato il percorso al passo di chiunque. Sarà poi un tacco troppo alto, un sedere troppo gonfio, o una volontà troppo fiacca a gabellare con la cecità della piana chi ha scelto la via della parola facile. Non c’è un sentiero da seguire, così come un tesoro da insidiare: si può vagare per ore lungo pareti che non offrono appigli alle scusanti, finché sedere sulle labbra spalancate di una caverna vuota non rivelerà da sé lo stupore dell’altitudine: perché mai le maglie del senso prendono forma nel prendere distanza? Non commettiamo forse un peccato di trascendenza, rifiutando di ammettere che i nostri polmoni posso respirare aria fresca anche nella calca, ove ci si può facilmente abbandonare alle profumate scie della rosa dei venti? Fu forse questo il segreto invenuto dalla fanciulla buriata che, sedotta dai raggiri dei mercanti, lasciò ai declivi della roccia l’eternità della sua disperazione, ma anche il monito della leggerezza: attanagliati dal peso di un’inesauribile gravidanza, dimentichiamo di essere noi le litanie affidate al vento, gli idoli dai lunghi lobi riposti nei vernacoli silenti, la realtà che si specchia nelle malinconiche leggende. La malia della caverna è infida quanto Platone, astuto medico dell’anima, pronto ad assassinare i padri del passato per instaurare il regno delle luminose ombre: ma a dispetto del loro flautista, queste continuano a dimenarsi attorno al fuoco nelle notti di primavera, udendo solo il tamburo che spezza il cerchio del sacro oboo e seguendo un ritmo sconosciuto all’umano orecchio.

Ulan Ude, all’ombra della ghigliottina; 14 Agosto 2003, h. 8.03

Lenin è rimasto l’unico con la testa sulle spalle. O meglio, sul granito, visto che è stato decapitato; perché nella capitale buriata gli autobus dai pochi bulloni corrono verso un traguardo che, nonostante l’entusiasmo della fuga, si rivela poi essere la stessa partenza, mentre i passanti dagli occhi a mandorla credono di essere slavi scuriti soltanto dallo smog della civiltà. Sembra di vivere in un carnevale fuori stagione, col solo difetto che nessuno è consapevole delle maschere indossate: le insegne celebrano 80 anni d’indipendenza, ma sono solcate da fenditure che non vogliono aprirsi, così come i palazzi dipingono sulle loro pareti un cammino mano nella mano rifiutato dai matrimoni dell’orgoglio orientale. L’ortodossia non è semplicemente fatta di linee rette, perché quando queste si sovrappongono al di fuori delle decorazioni sulle yurta, generano labirinti da cui è impossibile uscire: l’indecisione diviene ambiguità, sollevando il sospetto che l’impero cosmopolita fosse abitato solo da parassiti di differente razza, capaci di divorarne subdolamente le braccia e le gambe, affinché la mente non potesse nuocere. Scarni poppanti vengono così unti fra un vagito ed una sghignazzata, rivelando la tragica ironia di un popolo che continua ad abbeverarsi dal samovar benedetto di una chiesa costretta a risorgere dalle proprie ceneri: voltafaccia del mercato umano, pronto a vendere tre rotoli di carta igienica su uno sgabello stitico, mentre tre scatolette roteano sotto gli occhi dei creduloni, abbagliati dalle scommesse del capitalismo.
Tabargatasay, palchetto cigolante; 14 Agosto 2003, h. 11.58

Benvenuti al cimitero. L’unico segno di vita nelle terre dei Vecchi Credenti è l’azzurro che ne ravviva le case e le tombe, quasi a voler dissolvere la distanza mediante cui l’uomo è stato separato dal cielo. Non ci sono insegne che demarchino il passaggio dal lecito all’eresia, ma l’occhieggiare dalle finestre socchiuse induce ad avvertire tutta l’intrascendibile estraneità del proprio. E’ vero, l’ospite viene accolto con una zuppa di orzo ed il sorriso sulle labbra incredule, eppure nessuno siede a tavola insieme, così come non ci si informa di quanto i giornali o gli strilloni hanno smesso di annunciare da quasi trecento anni. Un muro invisibile respinge la storia ed il tempo, senza per questo negar loro il passaggio: è una tolleranza sinistra, perché non pretende di mettere a confronto, quanto piuttosto di ricercare per conto proprio la verità, estintasi nel momento in cui la sacralità della liturgia si riconobbe umana. Ogni decorazione smentisce la successiva, ogni tabernacolo impone sacrifici arbitrari che aizzano pensieri peccaminosi, avendo trasformato una comunità impaurita nella parrocchiale del proprio egoismo. Non saranno allora i balli negli abiti fiorati e nei canti dialettali a dissolvere la diffidenza verso l’altro, poiché azzittita la balalaika, ciascuno uscirà dal museo itinerante della cultura per fare ritorno alla dispersione dello spirito. Qualunque sforzo si persegua, Dio rimane sempre troppo lontano: e sì che basterebbe aprire gli occhi durante le preghiere e accostare i cuori quando si danza…

Ivolginsk, da un masso impaludato; 15 Agosto 2003, h. 14.02

Il dubbio vive nelle paludi: appesantisce il passo, deforma la visione nel miraggio, punge quanto le zanzare che non osano spingersi oltre gli steccati del supremo monastero buddista. Là non c’è più spazio per loro, dal momento che la filosofia si è imbellettata di proselitismo e porpora. Ma, soprattutto, è rimasta affascinata dal lindore: templi luccicanti, pagode che sanno di nuovo, il suono argentino dei capanellini venduti sulle bancarelle dei pii ambulanti. Il pensiero si è cristallizzato nelle ruote del karma che svettano sugli ingressi, mentre una pianta toccata dal maestro ha perso il diritto di cibarsi del sole e della pioggia, se non a patto di ripararsi sotto una subdola campana di vetro. E’ dunque questo il frutto della lunga lotta contro il dogmatismo staliniano? Quello di combattere il nemico ricorrendo agli stessi scudi? Viene da chiedersi che fine abbiano fatto quei monaci coraggiosi che si tagliavano i piedi per le montagne inospitali, pur di ascoltare il lamento dei cacciatori affamati, quanto il consiglio di chi non aveva parole: ora qui si insegna, si pretende che le istituzioni preservino dagli spifferi della volubilità, dimenticando che quanto ci attornia non conta assolutamente nulla, in vista del nirvana. Si è prigionieri dell’armonia, non essendo più lecito muoversi a zonzo o nel verso contrario alle lancette del tempo. Sarà per questa ragione che puntare l’obiettivo sugli indifferenti indispone: fa male vedere dove si sbaglia, così come imbarazza imporre l’obbligo dell’offerta ad anime che non devono più aver bisogno.

Suche Batora, su una carrozza abbandonata, 17 luglio 2003, h. 19.57

La gestazione dalla Russia si sconta solo dopo un purgatorio di cinque ore, durante il quale il reietto che si concede alla barbarie d’oltre frontiera avrà tempo a sufficienza per soppesare il suo affronto. Dileguati gli ultimi baracchini prodighi di cetrioli e piroshki, tardive carezze della materna premura slava, nessuno verrà a salutare la tua dipartita, lasciando la stazione preda dei fantasmi delle purghe e ossessione d’attonite eco. Quindi lo scotto; le carrozze della burbera compagnia al sapor di vodka svaniscono ululanti lungo binari lunatici, adottando una tecnica di sospetta reminiscenza napoleonica: il deserto su ogni fronte, le cui piane senza singulti respingono l’atto d’accusa allo stesso mittente, che non può far altro se non riconoscersi colpevole di un delitto mai commesso: non aver scorto nella Russia dai mille idiomi il variopinto mosaico del mondo intero.
Fortuna che la grottesca accoglienza dei cambiavalute vestiti da yankee, o la disarmante proposta di una vecchina sfuggita alla penna di Gogol, lasciano supporre che il ritorno alla vita avverrà allo stesso prezzo di quando fummo messi al mondo: in virtù di un cambio svalutato, ma proprio per questo ingombro d’intrigante ciarpame…e ad un accecante bacio del tramonto, sempre più simile ad un’alba indiscreta, è affidata la riconciliazione con la propria coscienza di viaggiatore infante.

Ulan Bataar, collina delle zanzare; 19 Agosto 2003, h. 16.37

Ulan Bataar resta in attesa di una risposta. Piombate dal cielo come insondabili presagi celesti, le meraviglie tecnologiche non funzionano neppure coi libretti d’istruzione: i telefoni a pile tenuti in grembo da fanciulle che offrono ovunque chiamate internazionali restano inutilizzati, proprio come i luccicanti pub dove i dj cantano da soli sotto l’eco della pioggia di novembre. Qualcosa si è rotto in modo definitivo nell’imperturbabile equilibrio del suyombo celebrato sulla collina della città, trasformatasi in una moderna fortezza dispersa nel deserto dei tartari: nel sacro simbolo mongolo la forza dello ying ha prevalso sullo yang, dando a Gengis Kahn il potere di fare terra bruciata attorno ai suoi eredi, nonostante l’incalzare dei secoli. Fuori dal mondo, i mongoli si sono illusi che le distanze fra le ger taciturne potessero essere accorciate solo improvvisando strade o ponti, o ribellandosi al principio sovietico delle chiamate a raggio interdetto. Ma la verginità non ha mai troppe parole da spendere, perché vaga nuda per le piane argillose del Gobi, così come presso i laghi trasparenti, mossa da un desiderio di carnalità che travalica ogni mediazione. O tutto o nulla, o dei o bestie. Il destino di questo popolo è scritto nelle buie stanze in cui l’erotismo scultoreo di Zanazabar celebra la morbosità dell’unione ad incastro, nel folle tentativo di assorbire l’altro in se stessi sino a strozzarsi vicendevolmente. Lo si vede nell’asfissiante insistenza dei passanti, pronti a seguirti sino allo sportello della dipartita, pur di mendicare una banconota con la quale vorrebbero annientarti in quanto invasore; nei perenni inseguimenti delle danze accademiche, ove non c’è mai incontro ma soggiogazione; nelle pagode sdentate che, nonostante l’età, impongono la gobba dell’umiliazione. Si può vincere anche da sconfitti: ecco l’ultimo urlo del più grande guerriero della storia.

Erenhot, cuccetta infetta, 22 Agosto 2003, h. 1.05

Cambio delle ruote! La suprema invenzione dell’uomo delle caverne ha perso d’un sol colpo la sua universalità. In Cina ci sono regole che non fanno testo, proprio come i pittogrammi infissi sulle pedine di una scacchiera attraversata dal fiume dell’oblio: i binari su cui viaggia il logocentrismo non sono più paralleli, ma divergenti verso tonalità mobili che moltiplicano i significati di una stessa parola per i gradi misurati dai termometri laser nelle mille cuccette dell’incognito. Come il nemico si annidava un tempo oltre la grande muraglia, mortale serpe che ha soffocato i celesti imperatori, così oggi invisibili batteri si celano sotto il muro dell’indifferenza turistica; ma la legge dello sbadiglio non ha mai funzionato nel paese di Mao, se non quando il suo volto ha iniziato ad essere impresso sulle magliette in partenza per i lidi di una Babilonia incredibilmente tradotta.

Palazzo d’Estate, promontorio della longevità; 23 Agosto 2003, h. 16.39

Mettere a fuoco la vanità dei sollazzi imperiali è molto più difficile di quanto supposero gli alleati anglo-francesi, quando lanciarono le proprie torce nelle stanze tapezzate dalla carta di riso. Il riso, infatti, non è solo un buon combustibile dello spirito, ma anche l’ironica saggezza con cui l’Oriente tollera i colpi di testa dei propri figli. Il loro mettere a fuoco passa per le fiamme o per gli occhiali, imposti niente meno che a quell’imperdonabile sognatore di Pui Ly, l’ultimo imperatore capace di scorgere nell’abbraccio dei tronchi di cipresso la fedeltà delle anime in volo verso l’amore eterno: l’intreccio delle code dei draghi. Ma la miopia è un difetto esclusivamente per chi rifiuta di sognare, per chi non comprende i giochi d’ombra cinesi, per chi ha dimenticato come viaggiare lasciandosi blandire dal meriggiare dei tè, senza avere la pazienza di attendere lo sbocciare di una seconda vita nelle foglie secche del bambù.
Gli impercettibili sorrisi delle statue di Buddha sono dispensati a quanti non capiscono le virtù di una nave di preziosi costretta a non levare mai vela dal proprio specchio illusionistico, che dispensa i brividi dei sette mari nella vibrante atmosfera dei giardini dagli armoniosi piaceri: sono scatolette scoperchiate mai completamente vuote, ma che dentro di sé contengono infinite altre scatole che si succedono come gli scenari di quell’eterno teatro, imposto dall’ultimo atto dispotico in lotta contro l’oppio del progresso.

Piazza Tianamman, sottopassaggio intasato, 24 Agosto 2003, h. 21.09

Attenzione alle patacche! Non sono solo gli accendini con l’effigie di Mao o gli shampoo che cambiano prezzo a seconda del resto a sollevare dubbi sull’autenticità della Cina d’oggi, ma le strizzatine d’occhio delle lampadine sugli imbolsiti mausolei rivoluzionari sono più ambigue delle avance sussurrate nella penombra degli hutong popolari. Almeno qui si baratta la propria vita per onorare il secolare buon nome di famiglia, mentre sulle autostrade cittadine il motto scandaloso di Deng Xiao Ping ha davvero infranto ogni limite di velocità. “Diventare ricchi non è una vergogna”: già, ma a quale prezzo? A furia di sperperare illusioni la Città Proibita si è fatta violentare dagli eunuchi di corte ed ora svende ai flash degli egocentrici la sacra alterigia dei suoi troni tempestati di giada. Nonostante i suoi stratagemmi matematici, la prova del nove si è rivelata letale per il tempio del cielo e l’eco della perfezione si è infranto nell’aria proprio come gli sputi imposti dal buon costume confuciano.
Una nuova rivoluzione culturale è in atto, ma nessuna guardia rossa se ne cura: è più importante mostrare al turista timoroso l’abilità acquisita nel passo d’oca, che chiedersi dove sia mai finita la meta di questo gioco dalle ossessive spirali e dov’è sacrilegio alzare la mano sul proprio passato, ma non sulle donne che la Lunga Marcia riscattò dall’infamia feudale. Urge più che mai una pillola contro la natalità scriteriata di idee bastarde.

Iperuranio bielorusso, dall’oblò di un Tupolev, 26 Agosto 2003, h. 9. 36

…e le nuvole sono tornate a diradarsi, benché al di sopra di qualsiasi turbamento il cielo non abbia mai smarrito il lindore dell’azzurro sapiente. La coltre più fitta, che soffoca il nostro anelito nel tedio uggioso rapendolo alla pienezza del vuoto, si è rivelata solo evanescenza, vapore mistificatorio pronto ad ottenebrare l’occhio, ma impotente contro gli spasmi ribelli generati dalla nausea sedentaria. Osare, osare anche quando tutto è perduto, ecco l’unico comandamento che le sacre tavole hanno scordato di scolpire in esergo: non bisogna temere di affondare le mani laboriose nell’etere appesantito, perché la pasciutezza dei nembi è solo fertile terreno per i fiori della fantasia, che sbocciano come arcobaleni sotto inquiete ali migratorie.
Ma quanti balzi dovrà spiccare l’ingenuità, prima di riconciliarsi col cielo? Sostrati invisibili prendono forma nelle pieghe del pensiero e le vie di fuga si rivelano assai spesso vicoli ciechi pronti ad inghiottirci e a vomitarci in acidi temporali. Forse conviene lasciarsi precipitare a peso morto, senza appellarsi alla meschinità di un paracadute che scimmiotta l’ardore dell’aquila, perché nell’ineguagliabile brivido dello spiffero iperuranico rinverremo certo la giusta proporzione per allungare il passo. Che poi sia corsa, danza o fanciullesca passeggiata, poco conta! C’è sempre tempo per indovinare il nome del nostro demone…

sabato 31 agosto 2002

TRANSIBERIANA 2002



Orme di un cavaliere zoppicante

“Ma io t’amo/ o terra dolcissima/ che hai gioia breve e violenta/ nelle sonore canzoni di primavera/ e vorrei essere il tuo indovino/ senza tristezza, lacrime o tormenti…” (A.Cechov)


Premessa: 1.08.02, h. 0.08; punto imprecisato del mar Baltico

Se il tramonto sbiadisce, fumare un cigarillo olandese non aiuterà certo la foschia a diradarsi. Orsù, porta pazienza: non appena le dolciastre spoglie del tabacco si saranno estinte chissà dove, strozzando verecondi petali di rose nelle gole dell’orizzonte, allora Atlante piegherà il ginocchio.
Il sospiro del plenilunio aleggerà sulle tue labbra e, astuto, con una carezza ed uno schiaffo si porterà via tutto ciò che ti è rimasto: la fiamma agonizzante di un mozzicone, fastidiosamente conficcato nell’incavo dell’amarezza. Già, il sole si assopisce sotto la cenere ed irrita i cirri pruriginosi. Eppure arde il presentimento oltre le montagne dagli occhi chiusi e dal respiro quietato. Anche se le seggiole del pontile paiono vuote ed abbandonate, perché mai si sono trascinate ad un passo dal sovrano tuffo? E’ impossibile resistere allo sciabordio della salsedine…


Mosca, Yaroslavskij station. 5.08.02, h. 23.33

Tre dita sottili si stringono alle labbra e, inaspettatamente, liberano un bacio dolcissimo. E’ l’ultima immagine regalatami da Mosca, ma di certo la prima che riaffiorerà con insistenza per i prossimi quattro giorni. Quattro giorni di sogni alati e vibranti aspettative: non è forse un caso che la partenza per la terra dei grandi misteri avvenga in una cristallina notte d’estate. L’aria è fresca e leggera come il passo dell’avventuriero, le stelle scintillano là dove muoiono gli strepiti, il cielo ha lo stesso colore dell’imponderabile. Stephan George ne cantò il mistico azzurro, Novalis si mise alla ricerca del suo innominabile fiore, per qualcun altro si tratta solo dell’aurora ansimante. Chissà!
La notte porta consiglio, cullando il seme dell’umanità nella bocca del sospetto. Inevitabile, allora, che il giorno sorga solo nel momento in cui le rotaie avranno ceduto il passo ai volti stupefatti e alle orecchie protese: non ci sarà frontiera o fusorario capace di proiettare ombre sulle sabbie del tempo e dello spazio, se non quando l’umile pedina avrà messo in scacco lo zar. Così come le abili mosse di un giocatore tartaro hanno chiuso all’angolo l’orgoglio di Mosca, altrettanto facilmente gli equilibri saranno capovolti e, ai ventagli della civiltà, si sostituiranno presto le irritanti punture delle zanzare encefaliche. Tante volte perdere la testa aiuta a ritrovare se stessi.

Taiga siberiana. 6.08.02, h. 10.18 di Mosca

Guai ad affrontare l’attraversata di mezzo globo terrestre in terza classe. Quando l’indiscreto gracchiare dell’altoparlante si decide a svegliare i passeggeri al suono della balalaika, il sole sta ancora sonnecchiando pigro sotto le radici dei larici, ma irreprensibile, davanti ai miei occhi impastati, si staglia il severo indice della Lonely Planet. Peccato che la sua forma richiami più il tondeggiante fondo schiena di una ragazza ceca, o la disinibita scollatura di una camicia da notte kazaka, o semplicemente i pozzi di gas naturale apertisi sui lettini pieghevoli della carrozza.
L’avvertimento dell’onnisciente guida australe non ha proprio colto nel segno. Che senso avrebbe chiudersi in una cabina a quattro posti, mentre all’orizzonte non si scorge neppure la traballante grondaia di una dacia muschiata? Per quale motivo abbiamo cantato abbracciati l’Internazionale socialista, se non per celebrare le audaci virtù della vodka? I brindisi davanti alle statue degli eroi rivoluzionari, scordati nelle più sporche vie della capitale, hanno un sapore indimenticabile.
Sì. Meglio far baldoria in un crogiolo incontrollato di lingue ed umori, quando il vuoto più ostinato mostra le sue fauci appena fuori il finestrino. Non serve accelerare gli spasmi della corsa ferrata: chi sa sostenere il canto delle sirene sprigionato dalle pieghe della memoria, non ha timore di abbandonarsi all’immensità della desolazione.

Verso Novosibirsk. 7.08.02, h. 20.12 di Mosca

Iskra. La scintilla si è accesa come l’odio per l’ortodossia e ha infiammato l’intera carrozza, riportando il sole nella precoce notte siberiana. Attraverso il gioco ognuno è regredito ad un’arcana età che ignara delle leggi grammaticali e delle zavorre professionali, ha infranto le maschere del decoro, per abbandonarsi ad una ridda babelica.
Scacchi che cingono d’assedio gli arbusti di mirtilli, carte dai semi capovolti, occhi mandorlati e mani nodose che si incrociano sfiorandosi con burbero calore, affinché nulla marcisca sulle rotaie del destino: l’affanno delle carrozze somiglia all’entusiasmo della Nep.
E là, ancora lontana, forse irraggiungibile, brilla la stella promessa, la città dalle voci confuse che anima l’attesa come un sogno infinito, ma solo per dissolversi in una stretta di mano fra compagni di primavera. Né inizio, né fine: la cavalcata stakanovista delle lancette si è ormai arenata nella prolissità dei tramonti dalle lunghe ciglia: qui è il fuoco della prima caverna, ove nessuno parlava ancora di utopia, ma tutti vivevano nell’abbraccio di una calda coperta piovuta dal cielo. O forse dalle robuste braccia di una provodnik staliniana.

In attesa di Omsk. 8.08.02, h. 11.52 di Mosca

Non erano rigogliosi giardini, ma sterili orti di baracche annoiate. Non erano nuvole dall’animo intonso, ma dalle facili lacrime perché gravide di colpe. Platonov aveva messo in guardia tutti già settant’anni fa, quando scrisse di Cevengur e dei suoi uomini reconditi. A ben guardare persino i laghi sonnecchiosi hanno difficoltà di digestione e ruttano umori mefitici. Ebbene sì, la Siberia è anche, e soprattutto, questo: terreno di labili illusioni, ove sono stati conficcati gli aghi del malumore civile.
Tanto il cielo si rabbuia, tanto cresce l’antica paura sui volti dei nuovi deportati, che sgranano gli occhi allibiti e si nascondono fra le pagine ingiallite di Novij Mir. Per quanto la ferrovia si ostini a fendere gli assembramenti delle betulle tremanti, inseguendo le geometrie del progresso, si ha come l’impressione che stia compiendo solo un enorme circolo. Prima o poi ritornerà da dove è partita e quella mano rigonfia, tanto a lungo padrona degl’incubi disseminati nel terreno immaginifico dei sovkoz, si alzerà di nuovo per lisciarsi i baffi corvini. Allora sarà il momento di implorare la fine, per quanto il cammino proletario non conosca stanchezza. Quanta mestizia nel veder affondare il capo di un giovane orchestrante nelle spire del cuscino, carezzevole sipario di uno spettacolo giunto alla nausea.

Ilanskaya. 8.08.02 di Mosca, h. 17.45

Il piroshki alle patate è ancora caldo. Miracolo slavo! Una piccola accortezza davvero inaspettata per una stazioncina di passaggio, non lontana dal crepuscolo degli dei. Prodigi del capitalismo! Vadano in malora le rotaie traballanti, crolli un impero, ma che il fagottino sia caldo, soffice ed irresistibilmente allettante agli occhi del salvatore! Già, perché 2 rubli spesi nel soffocare l’attesa, per qualcuno significano invece una boccata d’aria nella caligine dell’abbandono. E meraviglia delle meraviglie, è pure concessa la scelta: verdurine o carni aromatizzate alla cipolla, in un proliferare inquieto di sacchettini appannati e borse sfatte che offrono l’illusione del grande mercato. Com’è lontano quel capanno polveroso, dove il destino di tre vivande si giocava sulle sbarre di un pallottoliere, e dove un niet dell’inserviente era più amaro di una bottiglia di kvar al tamarindo!
Ma quando gli strepiti dei bimbi si saranno spenti insieme ai fari delle carrozze in partenza, sulla banchina calpestata non rimarranno altro che macchie d’unto. Le porte dei chioschetti si chiudono molto lentamente in Siberia: il loro cigolio di fine giornata suona come l’urlo finale della vittima. Se graziata per un giorno ancora o condannata piuttosto alle muffe asfittiche, resta ancora da vedere.

Falso arrivo: Krasnoyarsk. 9.08.02, h. 21.03

La scaletta della Transiberiana è più lunga di una supernova in agonia: dopo quattro giorni di treno, allungare il passo oltre il vuoto della fatidica soglia ha quanto meno il sapore del tradimento, o della guarigione sofferta. Zaino in spalla, spalle voltate, la volta del sole che illumina di nuovo le strade sterrate: non c’è tempo neppure per l’ultimo saluto, benché solo poche ore prima il senso di una giornata monocorde dipendesse addirittura da una contrazione riflessa di labbra smorfiose. Sarà per questo che il punto croce attraverso cui prendono forma gli abbaini di Krasnoyarsk regalano spensieratezza scoppiettante ai tomboli delle babushke: i sogni evanescenti si stanno intrecciando nella carne dell’essere.

Irkutsk. Boulevard Gagarina, 12.08.02, h. 17.58

Di nuovo in bilico. Le rive dell’Angara sono tanto distanziate che richiedono scelte di polso: non si può pretendere di abbracciare il Baikal, lanciandosi come un palmenik al vapore su un bus cigolante, al pari delle poco loquaci steppe mongole. Il rischio è quello di struggersi invano senza muovere un passo, rimanendo confinati ai margini di una piazzola di fortuna. Le tegole iniziano così ad inverdire di muschio, le pareti si coprono di una strana forma di acne legnosa, le tendine in pizzo distorcono gli sfiati delle strade oleose, lasciando che la fantasia sola raggiunga i luoghi remoti ammirati dall’inossidabile testone di Juri Gagarin, precipitato sul boulevard con tutto il peso di un meteorite dalle scomode scorie bolsceviche.
E dunque: nell’attesa che si compia la sofferta scelta, le betulle hanno iniziato a ritoccare il loro trucco autunnale, specchiandosi nei cristalli del piccolo mare, perché sono sicure che qualche pesce Olmuk non risparmierà loro una strizzatina d’occhio. Quando si conosce la propria sorte – e di esperienza ne hanno davvero tanta, visto che questi sopravvissuti enciclopedici già tenevano compagnia agli sciamani buriati durante le preghiere attorno ai falò – non rimane altro che minimizzare il danno: chissà, magari qualche rametto sfuggito alle fustigazioni delle banya renderà più appetitoso il riposo nei piattini marinati, pur non preservando la carne svergognata da una presentazione fumosa.
Togliersi d’impiccio non è comunque cosa tanto ardua: c’è chi lega le proprie speranze attorno ai tronchi delle vertigini e confida sulla bontà della brezza lacustre. Ma quale sarà il giusto responso?
La linea fra l’affetto platonico e l’amore clandestino è così sottile che costringe a barcamenarsi in assurde lezioni di stile, aggrappandosi ai buchi neri della lingua, per non scoprirne altri più imbarazzanti. L’occhio di Vicha non perdona. Sorridere non guasta mai. Nessuno capisce davvero cosa ci sia di ilare nel fraintendimento, ma piuttosto che rimanere con la bocca spalancata dagli stuzzicadenti, come le vittime al sale del mercato di Listvijanka, vale la pena passare una volta in più per il solito turista vanesio. D’altra parte, che si tenga un cipiglio baldanzoso sulle strade popolate da ragazze in calore, o si sollevi pietosamente un sopracciglio, rubando il mestiere ai senza tetto che affollano gli ingressi variopinti degli ottagoni ortodossi, è impossibile prevedere se lo sportello della salvezza rimarrà aperto sino al turno decisivo. Soprattutto se il cliente successivo indossa una maglietta rapace.
Se tutto questo non sta bene, allora tanto peggio. Nessuno chiede comprensione, qui: per salvarsi in corner basta sfoderare dieci rubli in più e, improvvisamente, le porte di un consolato senza nome si spalancheranno per regalarti la fotocopia dei tuoi desideri castrati.

Gola dello Sciamano – Olkhon Island - 14.08.02, h. 1.27

Nothing else matters. Accarezzata dalla risacca notturna, la chitarra di un menestrello pietroburghese ha infine evocato le stelle e la sabbia zingara, le onde e le aride messi, riscoprendo il piacere di inseguire le orme flebili di una canzone ormai remota, ma indelebilmente impressa fra le dune del piacere.
Nient’altro importa. Così ripetevano sino all’ossessione gli sciamani misogini, la cui impervia e sinistra dimora si incripta proprio là dove echeggia il nostro canto di libertà, stagliandosi sprezzante oltre il limbo dei cachinni. A ragione, visto che la slava incuria dei profani violenta il candore del silenzio e la dignità del deserto, gettando ovunque le fondamenta di una civiltà morente.
Ma è nell’oscurità più profonda che ancora vive lo spirito dei ribelli, nella notte sferzata dall’umido vento della Jakuzia, o nell’alba indecisa che rosseggia dietro uno sdegnoso velo sidereo.
Vacilla l’occhio ingordo quando i sentieri si dissolvono sotto le fiamme inquiete delle torce; pesante è il passo che più non inviene il villaggio dalle polverose promesse: è allora che la terra muove i suoi ebbri passi di danza, lasciando scivolare le sabbie melliflue fra le canne delle paludi, imbizzarrendo i pascoli dalle schiene aride, affinché ancora una volta muti il volto delle età.
Il cammino incerto ci condurrà sul versante ignoto, ove i graffi dei pini marittimi e le bruciature delle rocce iraconde purificheranno il nostro spirito, ove le urla allucinate dei gabbiani in libera caduta ci faranno cambiare pelle, così come gli abbagli dello zenzero che tinge l’aria d’oriente: tutto questo riuscirà a blandire il nostro pianto di disperata gioia…disvelando quanto immenso sia il mistero dell’orizzonte infinitamente terso. E quanto acuto, l’urlo dell’evidenza.


Naushki. Frontiera russa. 19.08.02, h. 19.56 (divertisment dell’abbandono)

Fioca luce
che gli strepiti d’ignoti alati
accendi tuo malgrado;
non additare la solitudine
di un cielo senza padroni,
ma culla
le voci in fuga per le ondeggianti piane
e sii il mio sole
nell’appassir del profumato dubbio!

Come la femmina puntuta
persa s’è dietro la stanca iuta
così remota par la sospirata Arcadia
che la cecità notturna insidia.

Ingrigiscono i sogni d’oltre frontiera
se tarpate sono le ali della gioia foriera
eppur di sapide lacrime s’empie la spiritual grondaia
all’urlo del vagon
che saluta la slava naia…

Sühbaatar. Frontiera mongola. 19.08.02, h. 22.23

E’ rimasto solo il deserto, che bruneggia in lontananza insieme ai cespugli ostinati e ai pali rinsecchiti del telegrafo. Ma quei lunghi fili che invano tentano di avviluppare i rai della fuga non sono più solcati dalla calda voce della mia dea crepuscolare, ormai relegata al sorriso di una foto sincopata e chiusa nel vuoto circolo di un portachiavi zodiacale. Quasi volesse dire: alza lo sguardo in cielo e là solo rinvienimi. Dove mai sarà la costellazione dello scorpione? Le nubi esalate dall’afa di confine sono troppo grigie per poter inalare un sogno, così come la foschia dei larici siberiani appariva troppo spaventata per naufragare oltre le sue lattiginose tentazioni.
Le spire del pulviscolo già insidiano la memoria ed il cuore, così teneramente addolcito dalle confessioni di una cioccolata viennese, ondeggia di nostalgia, assecondando gli ultimi riflussi dell’Angara. Le sue gelide acque, che tanto aizzarono la collera svergognata del grande padre Baikal, si sono ormai disperse nelle tubature bucate delle dacie, mentre della baldoria alticcia, improvvisata sul corso Karla Marxa, si intravedono solo bottiglie dal facile fischio, che rantolano bieche nella sabbia color ocra.
Scorie e pattume, tracce mortali di un’amicizia ridotta al silenzio.

Ulaan Baator. Monastero di Choijnlin Lama. 20.08.02, h. 19.07

La misericordia di Buddha! Ma sì, prendiamola con ironia, come già fece l’astuto Lupin, mentre fumava l’amaro scacco in rauca compagnia, così come la libertà dai mille aromi.
Per lui niente soldi, per me niente foto. Buddha ha accecato la mia macchina fotografica, lasciandomi più che mai solo nel deserto mongolo. Strana sensazione quella di sentirsi in compagnia della propria povertà, laddove crescono solo arbusti pensierosi, ma del tutto isolato nel tempio della pace fra gli uomini. Forse si tratta solo dell’ennesima lezione d’umiltà: se non riuscirono le purghe staliniane a sottrarre gli idoli dorati ai sacri tabernacoli, come pretendere di farli miei con un colpo d’indice?
Finché il sorriso delle statue polibrachiche si dispiegherà beffeggiante al turista invasore, ciascun dettaglio dell’architettura del Gran Kahn non potrà che conservare un alone di perfida ironia: gli archi ubriacano i tetti dalle tegole rosse, i levigati ciottoli dei vialetti tendono insidie al passo nervoso, le porte sostenute dai draghi infuocati declinano sino a minacciare la presunzione delle fronti illuministe.
Ma deposte le armi dell’Occidente, forzare gli usci laccati di un monastero labirintico non sarà poi compito arduo: Buddha è misericordioso quanto Cristo o Allah e le maschere di ceramica, che volgono le orbite esagerate verso il maestro di bronzo, non sono tinte di spregio, ma stregano lo stupore del profano in attesa di cacciarne i maligni spiriti.
Bisogna farsi piccoli piccoli di fronte alla maestà dei secoli, nella misura additata dai venali monaci che sorvegliano i tesori del Gandaichjin. Con un dollaro se ne ottiene l’immediata dimostrazione. In fondo, per mettersi l’anima in pace basta far ruotare, come trottole furiose, le stole di preghiere che impreziosiscono il vento di Ulaan Baator. Gira, gira e rigira: non sono le parole che salvano il peccatore, ma l’hula hop della storia. Eppure non si esce dal circolo del Karma: filosofia delle Rotowash!
C’è chi ha saputo riscattare la propria bettola, accatastata su una collina sterrata, vendendo a ben 500 togron un succo misto all’arancia; chi dipingendo con tratto infantile le glorie perdute di una terra dimenticata; e chi infine vampirizzando lo straniero, per impadronirsi con babilonica ostinazione del suo bene più prezioso: una lingua che apre le frontiere ed offre salvezza al pellegrino disorientato.
La Mongolia non siede in piazza Suukhbataar, protetta dalle colonne imbolsite del parlamento, né si è accomodata dietro le insegne pubblicitarie, ma respira nei grandi spazi, sotto le tende che non hanno radici, a cavallo dei bradi mai sazi di correre.
Nessun oppio può domare un popolo che terrorizzò la civiltà, sbattendo in faccia ai mercenari il vero nomadismo dell’anima: onore ai Mongoli e agli handicappati!




Aeroporto di Bejing. 22.08.02, h. 9.35

Neppure il tempo di muovere un passo. Zoppicando fuori dall’aereo di fine vacanza, la Cina Popolare osa ingabbiare il mio spirito ramingo nella marcia sincronizzata: che si tratti d’infortunio da viaggio o di un farmaco ontologico, poco conta. Destra, sinistra…sempre più a sinistra! Come potrebbe essere altrimenti? Degli insegnamenti di Mao, tuttavia, pare sopravvissuta la sola disciplina, visto che l’accesso alla terra del “riso” è sfavillante come l’immagine creata dal Partito per i curiosi anglizzati. Ma se un tempo era solo veste di facciata, al di sotto della quale ogni lavoratore sapeva bene cosa tramasse, oggi i giochi d’illusione sono diventati assai più complessi.
I figli della Coca Cola si sentono sorprendentemente a casa propria, coccolati da monitor bucolici e musichette demenziali, che proiettano la Cina dei Ming nell’era digitale: eppure quasi nessuno ha la forza di sollevare l’occhio verso l’enorme tabellone delle misure di sicurezza. Al di là di Mammone, ben pochi sono i diritti dello straniero, tanto che l’umida foschia nella quale si divincolano gli aerei poliglotti, pare un effetto fumogeno per disperdere la folla e ripristinare il grigiore di piazza Tien Ammen. E’ finito il tempo dell’orgoglio autocratico: la Cina si vende, ma alle sue condizioni.
A nulla vale il sorriso di rito, quando un numero d’immatricolazione errato ha ancora il potere di far impallidire i visi gialli, o un coltellino svizzero di mobilitare il fiore della polizia di pronto intervento. L’eccesso di gentilezza cela in realtà un timore recondito, che affiora dal silenzio al pari degli sbuffeggianti colli di Xian Xian: quasi quasi non te ne accorgi, perché chi è abituato a spingere la propria canoa di canapa nelle paludi dell’immarcescibile, soffoca lo stupore ed il dubbio con un semplice colpo di remi. Ma le pale non bastano: il legno alla lunga si incurva. Lo sanno bene i cultori della cucina cantonese; per preservare la leziosa morsa delle bacchette che mal inforcano un wantong fritto, si rese necessario edificare una muraglia dalle dimensioni lunari. Fermare l’invasore è ancora la parola d’ordine, oggi. Ma se lo si fa con le sue stesse armi, la battaglia è già persa in partenza: com’è lontano il 1976!

Cieli asiatici. 22.08.02, h. 13.22 (destinazione Viennetta)

Al di là dei cieli, un infinito alito di libertà si insinua nelle profondità dell’essere, senza limite alcuno, colmandoci di quella soave ed impalpabile leggerezza che solo appartiene agli adombramenti di nuvole glauche.
Satolli di vita e di amabili turbamenti ascendiamo oltre il visibile, in una flebile dimensione sospesa fra gli assoluti capricciosi: un purgatorio che non ci condanna a nuove fatiche, ma neppur ci dispensa la pace interiore. Perché lo stacco vertiginoso dalle crepe dei deserti, arsi di rimorso, o la nostalgia delle foreste abbeverate, obbliga lo sguardo ceruleo ad affondare ancora una volta, a spingersi lungo i rilievi di una terra intonsa che – ahimé - non ci ha donato ali piumate, ma solo la loro cigolante illusione.
Ed appunto una sola, immensa illusione appare ora la nostra amabile deriva ai margini del conosciuto, frutto del canto di amene sirene e labile porto della curiosità ardimentosa. Siamo in volo e non temiamo più frontiera, siamo come aquile dall’occhio d’ambra che non perdona, siamo vapore ed acqua. Sbuffi del caso e dadi della fortuna. Siamo nuvole: alzate gli occhi e cantate l’ebbra meraviglia!
Gli arabeschi che disegnano il fondo della coscienza si intrecciano seguendo giochi d’ombre improvvisati nel vento, affinché l’asprezza dei ruvidi massicci dissolva senza segreto alcuno, sotto le serpentine della sabbia ove scorrazzano gli yak, o negli avvallamenti fugaci quanto i nomadi dalle tende caleidoscopiche. Simili a mandrie braccate spauriscono le catapecchie della delusione, i giardini pensili danzano in spirali al sapor di mandarino, mescendo l’origine e l’abisso nel declinar del crine sciolto, infine sopito nella gabbia di un’alba imperitura…