"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

sabato 31 agosto 2002

TRANSIBERIANA 2002



Orme di un cavaliere zoppicante

“Ma io t’amo/ o terra dolcissima/ che hai gioia breve e violenta/ nelle sonore canzoni di primavera/ e vorrei essere il tuo indovino/ senza tristezza, lacrime o tormenti…” (A.Cechov)


Premessa: 1.08.02, h. 0.08; punto imprecisato del mar Baltico

Se il tramonto sbiadisce, fumare un cigarillo olandese non aiuterà certo la foschia a diradarsi. Orsù, porta pazienza: non appena le dolciastre spoglie del tabacco si saranno estinte chissà dove, strozzando verecondi petali di rose nelle gole dell’orizzonte, allora Atlante piegherà il ginocchio.
Il sospiro del plenilunio aleggerà sulle tue labbra e, astuto, con una carezza ed uno schiaffo si porterà via tutto ciò che ti è rimasto: la fiamma agonizzante di un mozzicone, fastidiosamente conficcato nell’incavo dell’amarezza. Già, il sole si assopisce sotto la cenere ed irrita i cirri pruriginosi. Eppure arde il presentimento oltre le montagne dagli occhi chiusi e dal respiro quietato. Anche se le seggiole del pontile paiono vuote ed abbandonate, perché mai si sono trascinate ad un passo dal sovrano tuffo? E’ impossibile resistere allo sciabordio della salsedine…


Mosca, Yaroslavskij station. 5.08.02, h. 23.33

Tre dita sottili si stringono alle labbra e, inaspettatamente, liberano un bacio dolcissimo. E’ l’ultima immagine regalatami da Mosca, ma di certo la prima che riaffiorerà con insistenza per i prossimi quattro giorni. Quattro giorni di sogni alati e vibranti aspettative: non è forse un caso che la partenza per la terra dei grandi misteri avvenga in una cristallina notte d’estate. L’aria è fresca e leggera come il passo dell’avventuriero, le stelle scintillano là dove muoiono gli strepiti, il cielo ha lo stesso colore dell’imponderabile. Stephan George ne cantò il mistico azzurro, Novalis si mise alla ricerca del suo innominabile fiore, per qualcun altro si tratta solo dell’aurora ansimante. Chissà!
La notte porta consiglio, cullando il seme dell’umanità nella bocca del sospetto. Inevitabile, allora, che il giorno sorga solo nel momento in cui le rotaie avranno ceduto il passo ai volti stupefatti e alle orecchie protese: non ci sarà frontiera o fusorario capace di proiettare ombre sulle sabbie del tempo e dello spazio, se non quando l’umile pedina avrà messo in scacco lo zar. Così come le abili mosse di un giocatore tartaro hanno chiuso all’angolo l’orgoglio di Mosca, altrettanto facilmente gli equilibri saranno capovolti e, ai ventagli della civiltà, si sostituiranno presto le irritanti punture delle zanzare encefaliche. Tante volte perdere la testa aiuta a ritrovare se stessi.

Taiga siberiana. 6.08.02, h. 10.18 di Mosca

Guai ad affrontare l’attraversata di mezzo globo terrestre in terza classe. Quando l’indiscreto gracchiare dell’altoparlante si decide a svegliare i passeggeri al suono della balalaika, il sole sta ancora sonnecchiando pigro sotto le radici dei larici, ma irreprensibile, davanti ai miei occhi impastati, si staglia il severo indice della Lonely Planet. Peccato che la sua forma richiami più il tondeggiante fondo schiena di una ragazza ceca, o la disinibita scollatura di una camicia da notte kazaka, o semplicemente i pozzi di gas naturale apertisi sui lettini pieghevoli della carrozza.
L’avvertimento dell’onnisciente guida australe non ha proprio colto nel segno. Che senso avrebbe chiudersi in una cabina a quattro posti, mentre all’orizzonte non si scorge neppure la traballante grondaia di una dacia muschiata? Per quale motivo abbiamo cantato abbracciati l’Internazionale socialista, se non per celebrare le audaci virtù della vodka? I brindisi davanti alle statue degli eroi rivoluzionari, scordati nelle più sporche vie della capitale, hanno un sapore indimenticabile.
Sì. Meglio far baldoria in un crogiolo incontrollato di lingue ed umori, quando il vuoto più ostinato mostra le sue fauci appena fuori il finestrino. Non serve accelerare gli spasmi della corsa ferrata: chi sa sostenere il canto delle sirene sprigionato dalle pieghe della memoria, non ha timore di abbandonarsi all’immensità della desolazione.

Verso Novosibirsk. 7.08.02, h. 20.12 di Mosca

Iskra. La scintilla si è accesa come l’odio per l’ortodossia e ha infiammato l’intera carrozza, riportando il sole nella precoce notte siberiana. Attraverso il gioco ognuno è regredito ad un’arcana età che ignara delle leggi grammaticali e delle zavorre professionali, ha infranto le maschere del decoro, per abbandonarsi ad una ridda babelica.
Scacchi che cingono d’assedio gli arbusti di mirtilli, carte dai semi capovolti, occhi mandorlati e mani nodose che si incrociano sfiorandosi con burbero calore, affinché nulla marcisca sulle rotaie del destino: l’affanno delle carrozze somiglia all’entusiasmo della Nep.
E là, ancora lontana, forse irraggiungibile, brilla la stella promessa, la città dalle voci confuse che anima l’attesa come un sogno infinito, ma solo per dissolversi in una stretta di mano fra compagni di primavera. Né inizio, né fine: la cavalcata stakanovista delle lancette si è ormai arenata nella prolissità dei tramonti dalle lunghe ciglia: qui è il fuoco della prima caverna, ove nessuno parlava ancora di utopia, ma tutti vivevano nell’abbraccio di una calda coperta piovuta dal cielo. O forse dalle robuste braccia di una provodnik staliniana.

In attesa di Omsk. 8.08.02, h. 11.52 di Mosca

Non erano rigogliosi giardini, ma sterili orti di baracche annoiate. Non erano nuvole dall’animo intonso, ma dalle facili lacrime perché gravide di colpe. Platonov aveva messo in guardia tutti già settant’anni fa, quando scrisse di Cevengur e dei suoi uomini reconditi. A ben guardare persino i laghi sonnecchiosi hanno difficoltà di digestione e ruttano umori mefitici. Ebbene sì, la Siberia è anche, e soprattutto, questo: terreno di labili illusioni, ove sono stati conficcati gli aghi del malumore civile.
Tanto il cielo si rabbuia, tanto cresce l’antica paura sui volti dei nuovi deportati, che sgranano gli occhi allibiti e si nascondono fra le pagine ingiallite di Novij Mir. Per quanto la ferrovia si ostini a fendere gli assembramenti delle betulle tremanti, inseguendo le geometrie del progresso, si ha come l’impressione che stia compiendo solo un enorme circolo. Prima o poi ritornerà da dove è partita e quella mano rigonfia, tanto a lungo padrona degl’incubi disseminati nel terreno immaginifico dei sovkoz, si alzerà di nuovo per lisciarsi i baffi corvini. Allora sarà il momento di implorare la fine, per quanto il cammino proletario non conosca stanchezza. Quanta mestizia nel veder affondare il capo di un giovane orchestrante nelle spire del cuscino, carezzevole sipario di uno spettacolo giunto alla nausea.

Ilanskaya. 8.08.02 di Mosca, h. 17.45

Il piroshki alle patate è ancora caldo. Miracolo slavo! Una piccola accortezza davvero inaspettata per una stazioncina di passaggio, non lontana dal crepuscolo degli dei. Prodigi del capitalismo! Vadano in malora le rotaie traballanti, crolli un impero, ma che il fagottino sia caldo, soffice ed irresistibilmente allettante agli occhi del salvatore! Già, perché 2 rubli spesi nel soffocare l’attesa, per qualcuno significano invece una boccata d’aria nella caligine dell’abbandono. E meraviglia delle meraviglie, è pure concessa la scelta: verdurine o carni aromatizzate alla cipolla, in un proliferare inquieto di sacchettini appannati e borse sfatte che offrono l’illusione del grande mercato. Com’è lontano quel capanno polveroso, dove il destino di tre vivande si giocava sulle sbarre di un pallottoliere, e dove un niet dell’inserviente era più amaro di una bottiglia di kvar al tamarindo!
Ma quando gli strepiti dei bimbi si saranno spenti insieme ai fari delle carrozze in partenza, sulla banchina calpestata non rimarranno altro che macchie d’unto. Le porte dei chioschetti si chiudono molto lentamente in Siberia: il loro cigolio di fine giornata suona come l’urlo finale della vittima. Se graziata per un giorno ancora o condannata piuttosto alle muffe asfittiche, resta ancora da vedere.

Falso arrivo: Krasnoyarsk. 9.08.02, h. 21.03

La scaletta della Transiberiana è più lunga di una supernova in agonia: dopo quattro giorni di treno, allungare il passo oltre il vuoto della fatidica soglia ha quanto meno il sapore del tradimento, o della guarigione sofferta. Zaino in spalla, spalle voltate, la volta del sole che illumina di nuovo le strade sterrate: non c’è tempo neppure per l’ultimo saluto, benché solo poche ore prima il senso di una giornata monocorde dipendesse addirittura da una contrazione riflessa di labbra smorfiose. Sarà per questo che il punto croce attraverso cui prendono forma gli abbaini di Krasnoyarsk regalano spensieratezza scoppiettante ai tomboli delle babushke: i sogni evanescenti si stanno intrecciando nella carne dell’essere.

Irkutsk. Boulevard Gagarina, 12.08.02, h. 17.58

Di nuovo in bilico. Le rive dell’Angara sono tanto distanziate che richiedono scelte di polso: non si può pretendere di abbracciare il Baikal, lanciandosi come un palmenik al vapore su un bus cigolante, al pari delle poco loquaci steppe mongole. Il rischio è quello di struggersi invano senza muovere un passo, rimanendo confinati ai margini di una piazzola di fortuna. Le tegole iniziano così ad inverdire di muschio, le pareti si coprono di una strana forma di acne legnosa, le tendine in pizzo distorcono gli sfiati delle strade oleose, lasciando che la fantasia sola raggiunga i luoghi remoti ammirati dall’inossidabile testone di Juri Gagarin, precipitato sul boulevard con tutto il peso di un meteorite dalle scomode scorie bolsceviche.
E dunque: nell’attesa che si compia la sofferta scelta, le betulle hanno iniziato a ritoccare il loro trucco autunnale, specchiandosi nei cristalli del piccolo mare, perché sono sicure che qualche pesce Olmuk non risparmierà loro una strizzatina d’occhio. Quando si conosce la propria sorte – e di esperienza ne hanno davvero tanta, visto che questi sopravvissuti enciclopedici già tenevano compagnia agli sciamani buriati durante le preghiere attorno ai falò – non rimane altro che minimizzare il danno: chissà, magari qualche rametto sfuggito alle fustigazioni delle banya renderà più appetitoso il riposo nei piattini marinati, pur non preservando la carne svergognata da una presentazione fumosa.
Togliersi d’impiccio non è comunque cosa tanto ardua: c’è chi lega le proprie speranze attorno ai tronchi delle vertigini e confida sulla bontà della brezza lacustre. Ma quale sarà il giusto responso?
La linea fra l’affetto platonico e l’amore clandestino è così sottile che costringe a barcamenarsi in assurde lezioni di stile, aggrappandosi ai buchi neri della lingua, per non scoprirne altri più imbarazzanti. L’occhio di Vicha non perdona. Sorridere non guasta mai. Nessuno capisce davvero cosa ci sia di ilare nel fraintendimento, ma piuttosto che rimanere con la bocca spalancata dagli stuzzicadenti, come le vittime al sale del mercato di Listvijanka, vale la pena passare una volta in più per il solito turista vanesio. D’altra parte, che si tenga un cipiglio baldanzoso sulle strade popolate da ragazze in calore, o si sollevi pietosamente un sopracciglio, rubando il mestiere ai senza tetto che affollano gli ingressi variopinti degli ottagoni ortodossi, è impossibile prevedere se lo sportello della salvezza rimarrà aperto sino al turno decisivo. Soprattutto se il cliente successivo indossa una maglietta rapace.
Se tutto questo non sta bene, allora tanto peggio. Nessuno chiede comprensione, qui: per salvarsi in corner basta sfoderare dieci rubli in più e, improvvisamente, le porte di un consolato senza nome si spalancheranno per regalarti la fotocopia dei tuoi desideri castrati.

Gola dello Sciamano – Olkhon Island - 14.08.02, h. 1.27

Nothing else matters. Accarezzata dalla risacca notturna, la chitarra di un menestrello pietroburghese ha infine evocato le stelle e la sabbia zingara, le onde e le aride messi, riscoprendo il piacere di inseguire le orme flebili di una canzone ormai remota, ma indelebilmente impressa fra le dune del piacere.
Nient’altro importa. Così ripetevano sino all’ossessione gli sciamani misogini, la cui impervia e sinistra dimora si incripta proprio là dove echeggia il nostro canto di libertà, stagliandosi sprezzante oltre il limbo dei cachinni. A ragione, visto che la slava incuria dei profani violenta il candore del silenzio e la dignità del deserto, gettando ovunque le fondamenta di una civiltà morente.
Ma è nell’oscurità più profonda che ancora vive lo spirito dei ribelli, nella notte sferzata dall’umido vento della Jakuzia, o nell’alba indecisa che rosseggia dietro uno sdegnoso velo sidereo.
Vacilla l’occhio ingordo quando i sentieri si dissolvono sotto le fiamme inquiete delle torce; pesante è il passo che più non inviene il villaggio dalle polverose promesse: è allora che la terra muove i suoi ebbri passi di danza, lasciando scivolare le sabbie melliflue fra le canne delle paludi, imbizzarrendo i pascoli dalle schiene aride, affinché ancora una volta muti il volto delle età.
Il cammino incerto ci condurrà sul versante ignoto, ove i graffi dei pini marittimi e le bruciature delle rocce iraconde purificheranno il nostro spirito, ove le urla allucinate dei gabbiani in libera caduta ci faranno cambiare pelle, così come gli abbagli dello zenzero che tinge l’aria d’oriente: tutto questo riuscirà a blandire il nostro pianto di disperata gioia…disvelando quanto immenso sia il mistero dell’orizzonte infinitamente terso. E quanto acuto, l’urlo dell’evidenza.


Naushki. Frontiera russa. 19.08.02, h. 19.56 (divertisment dell’abbandono)

Fioca luce
che gli strepiti d’ignoti alati
accendi tuo malgrado;
non additare la solitudine
di un cielo senza padroni,
ma culla
le voci in fuga per le ondeggianti piane
e sii il mio sole
nell’appassir del profumato dubbio!

Come la femmina puntuta
persa s’è dietro la stanca iuta
così remota par la sospirata Arcadia
che la cecità notturna insidia.

Ingrigiscono i sogni d’oltre frontiera
se tarpate sono le ali della gioia foriera
eppur di sapide lacrime s’empie la spiritual grondaia
all’urlo del vagon
che saluta la slava naia…

Sühbaatar. Frontiera mongola. 19.08.02, h. 22.23

E’ rimasto solo il deserto, che bruneggia in lontananza insieme ai cespugli ostinati e ai pali rinsecchiti del telegrafo. Ma quei lunghi fili che invano tentano di avviluppare i rai della fuga non sono più solcati dalla calda voce della mia dea crepuscolare, ormai relegata al sorriso di una foto sincopata e chiusa nel vuoto circolo di un portachiavi zodiacale. Quasi volesse dire: alza lo sguardo in cielo e là solo rinvienimi. Dove mai sarà la costellazione dello scorpione? Le nubi esalate dall’afa di confine sono troppo grigie per poter inalare un sogno, così come la foschia dei larici siberiani appariva troppo spaventata per naufragare oltre le sue lattiginose tentazioni.
Le spire del pulviscolo già insidiano la memoria ed il cuore, così teneramente addolcito dalle confessioni di una cioccolata viennese, ondeggia di nostalgia, assecondando gli ultimi riflussi dell’Angara. Le sue gelide acque, che tanto aizzarono la collera svergognata del grande padre Baikal, si sono ormai disperse nelle tubature bucate delle dacie, mentre della baldoria alticcia, improvvisata sul corso Karla Marxa, si intravedono solo bottiglie dal facile fischio, che rantolano bieche nella sabbia color ocra.
Scorie e pattume, tracce mortali di un’amicizia ridotta al silenzio.

Ulaan Baator. Monastero di Choijnlin Lama. 20.08.02, h. 19.07

La misericordia di Buddha! Ma sì, prendiamola con ironia, come già fece l’astuto Lupin, mentre fumava l’amaro scacco in rauca compagnia, così come la libertà dai mille aromi.
Per lui niente soldi, per me niente foto. Buddha ha accecato la mia macchina fotografica, lasciandomi più che mai solo nel deserto mongolo. Strana sensazione quella di sentirsi in compagnia della propria povertà, laddove crescono solo arbusti pensierosi, ma del tutto isolato nel tempio della pace fra gli uomini. Forse si tratta solo dell’ennesima lezione d’umiltà: se non riuscirono le purghe staliniane a sottrarre gli idoli dorati ai sacri tabernacoli, come pretendere di farli miei con un colpo d’indice?
Finché il sorriso delle statue polibrachiche si dispiegherà beffeggiante al turista invasore, ciascun dettaglio dell’architettura del Gran Kahn non potrà che conservare un alone di perfida ironia: gli archi ubriacano i tetti dalle tegole rosse, i levigati ciottoli dei vialetti tendono insidie al passo nervoso, le porte sostenute dai draghi infuocati declinano sino a minacciare la presunzione delle fronti illuministe.
Ma deposte le armi dell’Occidente, forzare gli usci laccati di un monastero labirintico non sarà poi compito arduo: Buddha è misericordioso quanto Cristo o Allah e le maschere di ceramica, che volgono le orbite esagerate verso il maestro di bronzo, non sono tinte di spregio, ma stregano lo stupore del profano in attesa di cacciarne i maligni spiriti.
Bisogna farsi piccoli piccoli di fronte alla maestà dei secoli, nella misura additata dai venali monaci che sorvegliano i tesori del Gandaichjin. Con un dollaro se ne ottiene l’immediata dimostrazione. In fondo, per mettersi l’anima in pace basta far ruotare, come trottole furiose, le stole di preghiere che impreziosiscono il vento di Ulaan Baator. Gira, gira e rigira: non sono le parole che salvano il peccatore, ma l’hula hop della storia. Eppure non si esce dal circolo del Karma: filosofia delle Rotowash!
C’è chi ha saputo riscattare la propria bettola, accatastata su una collina sterrata, vendendo a ben 500 togron un succo misto all’arancia; chi dipingendo con tratto infantile le glorie perdute di una terra dimenticata; e chi infine vampirizzando lo straniero, per impadronirsi con babilonica ostinazione del suo bene più prezioso: una lingua che apre le frontiere ed offre salvezza al pellegrino disorientato.
La Mongolia non siede in piazza Suukhbataar, protetta dalle colonne imbolsite del parlamento, né si è accomodata dietro le insegne pubblicitarie, ma respira nei grandi spazi, sotto le tende che non hanno radici, a cavallo dei bradi mai sazi di correre.
Nessun oppio può domare un popolo che terrorizzò la civiltà, sbattendo in faccia ai mercenari il vero nomadismo dell’anima: onore ai Mongoli e agli handicappati!




Aeroporto di Bejing. 22.08.02, h. 9.35

Neppure il tempo di muovere un passo. Zoppicando fuori dall’aereo di fine vacanza, la Cina Popolare osa ingabbiare il mio spirito ramingo nella marcia sincronizzata: che si tratti d’infortunio da viaggio o di un farmaco ontologico, poco conta. Destra, sinistra…sempre più a sinistra! Come potrebbe essere altrimenti? Degli insegnamenti di Mao, tuttavia, pare sopravvissuta la sola disciplina, visto che l’accesso alla terra del “riso” è sfavillante come l’immagine creata dal Partito per i curiosi anglizzati. Ma se un tempo era solo veste di facciata, al di sotto della quale ogni lavoratore sapeva bene cosa tramasse, oggi i giochi d’illusione sono diventati assai più complessi.
I figli della Coca Cola si sentono sorprendentemente a casa propria, coccolati da monitor bucolici e musichette demenziali, che proiettano la Cina dei Ming nell’era digitale: eppure quasi nessuno ha la forza di sollevare l’occhio verso l’enorme tabellone delle misure di sicurezza. Al di là di Mammone, ben pochi sono i diritti dello straniero, tanto che l’umida foschia nella quale si divincolano gli aerei poliglotti, pare un effetto fumogeno per disperdere la folla e ripristinare il grigiore di piazza Tien Ammen. E’ finito il tempo dell’orgoglio autocratico: la Cina si vende, ma alle sue condizioni.
A nulla vale il sorriso di rito, quando un numero d’immatricolazione errato ha ancora il potere di far impallidire i visi gialli, o un coltellino svizzero di mobilitare il fiore della polizia di pronto intervento. L’eccesso di gentilezza cela in realtà un timore recondito, che affiora dal silenzio al pari degli sbuffeggianti colli di Xian Xian: quasi quasi non te ne accorgi, perché chi è abituato a spingere la propria canoa di canapa nelle paludi dell’immarcescibile, soffoca lo stupore ed il dubbio con un semplice colpo di remi. Ma le pale non bastano: il legno alla lunga si incurva. Lo sanno bene i cultori della cucina cantonese; per preservare la leziosa morsa delle bacchette che mal inforcano un wantong fritto, si rese necessario edificare una muraglia dalle dimensioni lunari. Fermare l’invasore è ancora la parola d’ordine, oggi. Ma se lo si fa con le sue stesse armi, la battaglia è già persa in partenza: com’è lontano il 1976!

Cieli asiatici. 22.08.02, h. 13.22 (destinazione Viennetta)

Al di là dei cieli, un infinito alito di libertà si insinua nelle profondità dell’essere, senza limite alcuno, colmandoci di quella soave ed impalpabile leggerezza che solo appartiene agli adombramenti di nuvole glauche.
Satolli di vita e di amabili turbamenti ascendiamo oltre il visibile, in una flebile dimensione sospesa fra gli assoluti capricciosi: un purgatorio che non ci condanna a nuove fatiche, ma neppur ci dispensa la pace interiore. Perché lo stacco vertiginoso dalle crepe dei deserti, arsi di rimorso, o la nostalgia delle foreste abbeverate, obbliga lo sguardo ceruleo ad affondare ancora una volta, a spingersi lungo i rilievi di una terra intonsa che – ahimé - non ci ha donato ali piumate, ma solo la loro cigolante illusione.
Ed appunto una sola, immensa illusione appare ora la nostra amabile deriva ai margini del conosciuto, frutto del canto di amene sirene e labile porto della curiosità ardimentosa. Siamo in volo e non temiamo più frontiera, siamo come aquile dall’occhio d’ambra che non perdona, siamo vapore ed acqua. Sbuffi del caso e dadi della fortuna. Siamo nuvole: alzate gli occhi e cantate l’ebbra meraviglia!
Gli arabeschi che disegnano il fondo della coscienza si intrecciano seguendo giochi d’ombre improvvisati nel vento, affinché l’asprezza dei ruvidi massicci dissolva senza segreto alcuno, sotto le serpentine della sabbia ove scorrazzano gli yak, o negli avvallamenti fugaci quanto i nomadi dalle tende caleidoscopiche. Simili a mandrie braccate spauriscono le catapecchie della delusione, i giardini pensili danzano in spirali al sapor di mandarino, mescendo l’origine e l’abisso nel declinar del crine sciolto, infine sopito nella gabbia di un’alba imperitura…

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