"Da quassù la Terra è bellissima, azzurra, e non ci sono confini o frontiere" (Juri Gagarin)

lunedì 23 marzo 2009

JOHN BARLEYCORN DEVE MORIRE




Di lui si sono proprio dimenticati. C’è il baffuto “Cavaliere Nero”, Robert The Bruce; c’è il compito padre dell’economia liberal Adam Smith; poco più a lato sbuca persino il busto dell’inquieto esploratore Livingston. Solo del povero John Barleycorn pare non vi sia traccia alcuna. Eppure, più di tutti meriterebbe un posto d’onore all’interno del “Big Pencil” di Sterling, il monumento neogotico a forma di matitone che, dal 1860, accoglie le memorie degli eroi di Scozia.
Traboccanti di furor nazionalistico, ben prima che l’attore Mel Gibson facesse conoscere il suo nome al mondo intero, intellettuali dell’antica capitale in kilt preferirono intitolare questa possente torre di 67 metri a William Wallace, paladino della libertà dei clan contro i balzelli della corona inglese. Oggi se ne venera il mito non limitandosi ad esporre la sua enorme spada a mo’ di sacra reliquia, ma inscenando barlumi di gloria e orgoglio in cappa ai piedi del “Big Pencil”, dove nel fatidico anno di grazia 1297 la Scozia umiliò l’Inghilterra del cruento re Edoardo I. Allora spettò a Wallace issare il vessillo di Sant’Andrea; pochi anni dopo sarebbe toccato al suo erede spirituale, Robert the Bruce appunto, che osserva tuttora impettito i quattr’angoli del Paese, stagliandosi in cima al colle: un occhio al monte Ben Lomond ed uno alla regione occidentale dei Trossachs, la mano sull’elsa, e il cuore verso le Pentlands Hills (Le colline delle cinque terre).
A Sterling si sono succeduti infatti i più insigni esponenti della corona scozzese, tant’è che la città rivendica a sé il ruolo di capitale morale, sgomitando fra l’arrembante Glasgow e la fantasmatica Edinburgo. Dalla sua può fregiarsi di un castello tanto arroccato che, ancor prima di esser riconosciuto sede ufficiale della Corte Reale di Scozia, fu soprattutto un punto chiave per il controllo delle Low Lands e delle High Lands, ovvero il grimaldello per avere in pugno l’estremo nord dell’isola britannica.
Se a John Barleycorn avessero concesso almeno la parola, col suo tipico sorriso canzonatorio avrebbe però spiazzato tutti, ricordando che il vero cuore di Scozia non batte in questa regione, bensì sulla piccola e defilata isola di Iona. Trotterellando un po’ alticcio, sarebbe stato pronto a guidare le parrucche grigie di Sterling attraverso i marosi delle Ebridi, probabilmente senza rinunciare ad un cicchetto per le distillerie di Tobersmory, mettendoli infine con le spalle al muro: perché se davvero esiste uno spirito di fratellanza scozzese, al di là e al di sopra degli infiniti voltafaccia fra clan, questo si è certamente riconosciuto la prima volta all’ombra di un’abbazia di pietra grezza dell’XI secolo, dentro cui riposano ancora le spoglie di quasi 60 re medioevali: solo sotto la spinta del Cristianesimo e nel nome della croce le tribù barbare locali iniziarono a prendere coscienza della loro affinità di uomini, ancorché di autoctoni, legadosi per un unico filo agli abitanti delle coste opposte. Da lì giunse infatti la missione attraverso cui il principe irlandese San Colomba si fece portavoce della Buona Novella, gettando nel 526 d.C. la prima pietra di quella chiesa che, più avanti, avrebbe trovato volto proprio nell’abbazia di Iona, la più rinomata meta dei pellegrinaggi religiosi. E non solo. Insieme alla stupenda isola di Mull, anch’essa lambita dalla calda corrente del Golfo, Iona vanta un microclima ideale per la migrazione di pulcinelle di mare, colonie di foche, lontre e delfini, proponendosi come piccolo paradiso per gli amanti del wildlife, nonché come miglior riserva naturale d’Europa per le aquile reali.
Nonostante i nobili propositi, tutti se la sarebbero comunque presa con John Barleycorn. Sarà perché non sa tenere la bocca chiusa. O perché non può che dire sempre e solo la verità, in mezzo ad un popolo che pur di credere ai suoi mostri e ai suoi fantasmi, ne inventa di tutti i colori. Intreccia vite e leggende con la stessa meticolosità mediante cui fa quadrare i tartan, ne cambia le tinte tante volte quante sono le rivendicazioni dei suoi chieftains, gioca a sovrapporre linee genealogiche sino a trasformare il forestiero d’oltremare nel parente più stretto. L’ospitalità è infatti una delle massime virtù degli scozzesi, che al di là dell’ingenerosa fama di persone taccagne e un po’ burbere, di certo non lesinano i saluti, cogliendo sempre l’occasione per sorprendere con un incomprensibile “Ceud Mile Failte!” (“centomila benvenuti!”), nostalgia gaelica per un mondo ogni giorno più lontano.
Guai però a far loro uno sgarbo. Ne sa qualcosa il pingue haggis, stomaco di pecora ripieno di fegato, cuore, polmoni e farina d’avena, oltre a lardo di montone tritato, che viene sempre sventrato su un vassoio d’argento, dopo il suo celebre arrivo in tavola a suon di cornamusa e con tanto di scorta highlander. Piatto nazionale, unisce al folclore delle danze sulle spade la cruenza del loro taglio impietoso, mettendo ben in evidenza il carattere volubile e un po’ riottoso degli scozzesi.
Oppure si rischierebbe la terribile fine della sventurata Catherine Campbell, abbandonata alla marea montante su una roccia a fronte del castello di Duart, solo perché non in grado di mettere al mondo un figlio, per poi essere miracolosamente tratta in salvo da alcuni pescatori.
Interrompere la linea di discendenza è senza dubbio l’affronto più grave per chi vive nel terrore d’esser schiacciato da un vicino troppo ingombrante, tant’è che a Duart – così come in tutte le altre grandi fortezze di Mull o del resto della Scozia – i clan rinnovano annualmente una riunione per il conteggio delle proprie teste, senza scordarsi di dare una spolveratina alle glorie di famiglia. Basti osservare con quanto trasporto sir Lachlan Maclean parla oggi dei suoi avi vissuti nel castello sin dal XVI secolo: per lui il tempo sembra non essere trascorso e là fuori, oltre le feritoie a picco sul mare e l’eco lamentosa di Catherine, le navi dell’Invincibile Armada spagnola stanno ancora affondando sotto i colpi delle bombarde.
Questo viscerale attaccamento alla vita spiega dunque perché John Barleycorn, a detta di qualunque scozzese, debba morire, nonostante la sua strenua resistenza. E morire dopo prove terribili, ricordate dal poeta bardo Robert Burns, o splendidamente musicate dal menestrello dei Traffic Steve Winwood: “e avevano gettato zolle di terra sulla sua testa…lasciandolo giacere per un tempo molto lungo, fino a che scese la pioggia dal cielo, ma il piccolo sir John tirò fuori la sua testa”. O ancora: “loro avevano assoldato uomini con falci veramente affilate per tagliarli via il collo, l’avevano avvolto e legato tutt’attorno, trattandolo nel modo più brutale…assoldarono uomini con bastoni uncinati per strappargli via la pelle dalle ossa e il mugnaio lo trattò peggio di tutti, perché lo pressò tra due pietre…”.
Si potrebbe pensare che, dopo un trattamento simile, il suo corpo riposi almeno nel cimitero di Princess Street, l’asse portante della capitale Edinburgo, lungo il quale i suoi grandi personaggi possono eternamente contemplare il sole, mentre indora l’antica fortezza che si staglia nel cuore della città. Se hanno intarsiato un trono gotico persino a sir Walter Scott, l’ideatore di Ivanoe, possibile che non si sia riusciti a ritagliare neppure un lembo di terra per il piccolo John? Perché tanto astio? Di quale colpa si sarà mai macchiato, per incorrere nella ferocia della Scozia intera?
Fra croci celtiche e lapidi muschiate dall’immancabile nebbia mattutina, il suo nome è però assente pure qui. Un vero mistero, visto che della sua fine si parla ovunque: dalle acque del Loch Lomond, il più grande bacino d’acqua dolce dell’intera Gran Bretagna che apre la via alle Highlands, alle sale del castello di Blair, immacolato baluardo della casata Atholl, capace a tal punto di far innamorare la regina Vittoria, che per sua esplicita richiesta gli venne accordato l’unico miniesercito di difesa privata presente nel Regno Unito.
La verità è celata nel posto più improbabile che si possa supporre. Esattamente ad Edradour, la più piccola distilleria della Scozia, che si vanta di produrre in assoluto il miglior whisky sigle malt. La ricetta, in fondo, così come il procedimento di lavorazione, sono rimasti identici a 150 anni fa, quando questo gioiellino di Pitlochry venne appunto incastonato alle porte di Aberdeen. A perpetuarne lo splendore solo tre uomini, quegli stessi che paiono usciti dai versi di Burns dedicati a sir Barleycorn: “there was three kings into the east/three kings both great and high and they hae sworn a solemn oath: John Barleycorn should die” (“c’erano tre re nell’est, tre re grandi e potenti, e loro prestarono un solenne giuramento: John Barleycorn doveva morire”). Usano solo acqua d’alta montagna e sono capaci di conferire alla loro bevanda una cremosità ed un aroma affumicato sconosciuto ai più. Tranne a lui, il piccolo sir John, ovvero la personificazione dello spirito del grano, il mistero del continuo rinnovarsi della vita, la base essenziale per l’ottenimento del malto.
Dai semi del grano vecchio (che muore) nasce l’anno successivo il nuovo raccolto, prima fonte di sostentamento in ogni società di matrice agricola e, perciò stesso, alimento di riti propiziatori. La morte di Barleycorn rappresenta allora la necessità del ciclo di mietitura, il cui ultimo covone veniva simbolicamente ucciso, per lasciare spazio alla nuova vita. Trovano così giustizia pure i goffi ritratti abbozzati sulla sua figura, un pupazzo con il tronco di botte e spighe di grano al posto degli arti, destinato però a trasformarsi in un uomo sempre più forte, attraverso terribili prove iniziatiche. Perché ogni buon scozzese sa che in fondo la vita non scorre solo nel sangue, ma anche e soprattutto nell’alcool. E allora, in alto i bicchieri! John Barleycorn è morto. Viva John Barleycorn!

LOCH LOMOND

La sua bellezza è proverbiale. Non a caso, per secoli, ha ispirato scrittori ed artisti, di cui il poeta Robert Burns è senza dubbio il più amato. Lungo 37 chilometri e largo 8, il Loch Lomond è considerato “La regina dei laghi scozzesi”, grazie anche alle numerose residenze aristocratiche che impreziosiscono le sue coste: Cameron House, ad esempio, costruita nel XVIII secolo dalla famiglia Smallet, o Auchendennan House, risalente al 1866, ma edificata sul luogo dove si trovava la casa di caccia di Roberto I Re di Scozia. Una delle sue 24 isole, Inchmurrin, vanta persino il più antico campo nudisti del paese, visibile dai battelli che consentono spostarsi in lungo e in largo da Balloch (www.sweeneycruises.com). Ogni giorno dal lago vengono fra l’altro pompati sino a 450mila metri cubi d’acqua, destinati all’approvvigionamento idrico della Scozia centrale, mentre il suo habitat accoglie oltre 200 specie d’uccelli, cervi, scoiattoli rossi e gatti selvatici, senza dimenticare una colonia di canguri qui allevati sin dagli anni ’50 per mano di Lady Arran. Non a caso tutt’attorno al Loch Lomond è stato istituito il parco nazionale di Trossachs, da cui dipartono alcuni dei percorsi trekking più scenografici della Scozia, fra cui la West Highland Way (che attraverso il lago congiunge Glasgow a Fort Williams).

CASTELLO DI BLAIR
Di qui si passa solo con consenso dei duchi di Atholl. Da oltre sette secoli presidiano la strada che, attraverso i monti Grampiani, guida verso Inverness, la più settentrionale delle grandi città scozzesi. Palazzo signorile georgiano, di un bianco abbacinante, è stato fra i primi ad aprirsi al pubblico, senza però rinunciare alla severità dell’etichetta: chi disturba o non rispetta il patrimonio di famiglia, può essere scacciato a raffiche di moschetto o secchi d’olio bollente. Così vuole il regolamento di palazzo, approvato direttamente dalla regina Vittoria, che qui fece tappa nel famoso viaggio che scoprì la Scozia come destinazione turistica, venendo inclusa nel Gran Tour della Corona. Fra le sue splendide sale, sono rinomate l’armeria decorativa che funge da ingresso, dove sono raccolti tutti gli scudi e i moschetti usati nella famosa battaglia di Culloden del 1746 (quando il secessionista Carlo Edoardo Stuart venne sconfitto dal duca di Cumberland), o la scalinata dei dipinti, lungo la quale sono raccolti i ritratti degli illustri duchi di Atholl.

ROBERT BURNS ED HOMECOMING SCOTLAND
I preparativi già fremono. L’anno prossimo tutta la Scozia si mobiliterà per celebrare il 250° anniversario dalla nascita del suo più insigne poeta, Robert Burns. Durante il festival “Homecoming Scotland” (www.homecomingscotland.com), che annoverà eventi da gennaio a dicembre, si è comunque deciso di dare spazio anche ad altri grandi contributi del Paese alla cultura mondiale, fra cui il whisky e il golf. Maratone gastronomiche, highlands games, concerti e concorsi letterari, porteranno in scena il meglio del folclore locale.
Burns (Alloway, 1759 – Dumfries, 1796) fu il settimo figlio di una famiglia contadina che, preferendo le donne e l’alcool alla dura fatica nei campi, pareva esser destinato a fuggire nelle Indie Orientali, dopo aver messo incinta illegalmanete Jean Armour (poi diventata sua moglie). Nel 1786 pubblicò invece una raccolta di poesie a sfondo satirico ed amoroso, “Poems – Chiefly in the Scottish Dialect”, che ottenne subito un enorme successo, aprendogli le porte dei grandi salotti. Sferzante e insofferente, col suo stile popolare mise alla berlina la nobiltà spocchiosa, senza mai perdere il buongusto. Basti ricordare con quanta ironica ilarità si fece beffa di una nobildonna, raccontando di un topolino infilatratosi sotto il suo vestito. Proprio le donne furono però la causa della sua prematura scomparsa, dal momento che – dietro la versione di una morte per problemi cardiaci – si celano voci secondo cui sia stato fatalmente contagiato da una malattia sessuale.

BOX SAPORI ED OSPITALITA’

WINNOCK HOTEL (Drymen)
Tel. +44 (0) 1360 660245
www.winnock.com

Filetti grigliati di salmone fumé, zuppe agli asparagi e cardi o l’immancabile haggis, per un pranzi/cene conditi da numeri di autentico foklore scozzese: mentre si mangia, i titolari del locale dispensano infatti avvincenti aneddoti sulle tradizionali del posto, accompagnati da bigpiper (suonatori di cornamusa) e danzatrici in kilt.

KENMORE HOTEL (Kenmore)
Tel. + 44 (0) 1887 830205
www.kenmorehotel.com

Il regno del pesce. Dai finnan haddok, eglefini interi affumicati a freddo, agli Arboath Smokies, eglefini affumicati ad elevate temperature, per arrivare alla Cullen Skink, zuppa a base di eglefino e patate, accompagnata da biscotti salati alla farina d’avena (oatcakes).

THE SISTERS KELVINGROVE (Glasgow)
Tel. +44 (141) 5641157
www.thesisters.co.uk

Famose i piatti di mare, le “sorelle” di Glasgow hanno anche nei dolci un asso infallibile. Oltre ai famosi pudding di casa, spiccano il cranachan (avena tostata, miele, whisky, panna e frutti di bosco), così come il clootie dumpling (dolce di frutta secca speziato).

ATHOLL PALACE HOTEL (Pitlochry)
Tel. + 44 (0) 1796472400
www.athollpalace.co.uk

Giudicata una delle residenze più esclusive dell’intera Scozia, si trova nel cuore delle Highlands, immersa in un parco di 48 acri. Ogni stanza ha un’ambientazione a sé, d’impronta tardo ottocentesca, mentre la Spa valorizza le acque termali del posto. Prezzi a partire da 74 sterline a notte.

BALLATHIE HOUSE HOTEL (Kinclaven)
Tel. + 44 (0) 1250 883268
www.ballathiehousehotel.com

Tipico castello del Perthshire, annovera 41 camere di squisita eleganza, avvolte dal verde e con vista fiume, dove dedicarsi liberamente alla pesca. E’ una delle strutture preferite per i viaggi di nozze.
BROOMHALL CASTLE HOTEL (Stirling)
Tel. + 44 (0) 1259 763360
www.broomhallcastle.co.uk

Antica mansione baronale, sulle pendici delle colline Ochil, annovera 10 suites con letti a baldacchino e pareti con roccia a vista. Gode della pace di campagna, pur trovandosi a pochi chilometri dalle principali attrazioni di Stirling. Prezzi a partire da 95 sterline per una doppia.

Nessun commento: